Arlind e Yasin, casi emblematici di una politica d'immigrazione ottusa e restrittiva

Sono passati appena due mesi dalla manifestazione contro l’espulsione di Arlind Lokaj e già è scoppiato un altro caso che vede un giovane immigrato a cui viene intimato di lasciare il paese. Si tratta di Yasin Rahmany, originario della parte curda dell’Iran.
Mentre per Arlind a fare scattare la decisione di espulsione era stato un ritardo nella presentazione della domanda di ricongiungimento familiare con la madre, da diversi anni immigrata in Svizzera dal Kosovo, per Yasin si tratta del puro e semplice rifiuto dello statuto di rifugiato.

A sinistra Arlind Lokaj, a destra Yasin Rahmany
Sebbene si tratti di due casi d’immigrazione molto diversi, alcuni aspetti li accomunano di certo: le leggi sempre più restrittive in materia d’immigrazione e una loro applicazione sempre più pedante da parte delle autorità, a dispetto della solidarietà che si è creata attorno ai loro casi.

Questo testimonia di un clima politico-istituzionale estremamente ostile agli stranieri, a cui fanno da sponda e da spinta le continue iniziative xenofobe della destra, ultima in ordine di tempo, l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” dell’UDC su cui siamo stati chiamati a votare domenica 9 febbraio.
Mentre per Arlind si tratta di difendere il suo diritto a vivere con il genitore da lui scelto, la madre e non il padre, il quale risiede in Kosovo, per Yasin si tratta di difendere il diritto a vivere e basta.
Egli ha motivato la sua domanda d’asilo affermando che la sua vita sarebbe in pericolo in caso di rientro nel suo paese d’origine. Il giovane rientra però in quella maggioranza di richiedenti l’asilo la cui domanda viene respinta dall’Ufficio della migrazione, ufficio che fa parte, è bene ricordarlo, del dipartimento federale di giustizia e polizia diretto dalla ministra “socialista” Simonetta Sommaruga. Quest’ultimo dato la dice lunga su come la Svizzera affronta il tema dell’immigrazione e di come le responsabilità di una politica migratoria che calpesta i diritti fondamentali dell’uomo coinvolga tutti i partiti di governo a prescindere dal loro colore politico.
Stando al coordinatore dei giovani UDC ticinesi Alain Bühler, Yasin non correrebbe nessun pericolo in Iran. Sarebbe per questo motivo che le autorità svizzere gli hanno negato lo statuto di rifugiato, obbligandolo al rimpatrio. Evidentemente il signor Bühler ha notizie migliori delle nostre, forse è in contatto con le autorità svizzere o, meglio, ha contatti nel Kurdistan iraniano e ritiene di potersi fare buon interprete della Legge sull’Asilo.
Forse, applicando la linea del suo partito, mette semplicemente in dubbio la buona fede di un giovane che è fuggito dal suo paese e ha attraversato il Mediterraneo. Per il Signor Bühler, cresciuto nel lusso della democrazia elvetica, deve essere difficile immaginare la paura di essere uccisi, imprigionati o torturati, tanto da fargli dubitare della stessa esistenza di tali orrori.
Secondo il giovane UDC, Yasin farebbe parte di quel grande numero di “rifugiati economici”, che secondo le disposizioni di legge non hanno diritto di essere considerati rifugiati a tutti gli effetti. Infatti, se Yasin, come centinaia di altre persone, fosse in fuga semplicemente dalla miseria e dall’impossibilità d’immaginare un futuro che non sia fatto di fame e sacrifici di ogni genere, sarebbe solo un piccolo egoista che viene a sporcare il nostro “salotto buono” con la sua povertà. Dovrebbe invece prendere atto del comodo paradigma che viviamo nel “migliore dei mondi possibili”, in cui tutti hanno ciò che meritano, e starsene nel suo paese ad affrontare il suo destino.
Se Yasin avesse davvero richiesto lo statuto di rifugiato per motivi economici, difenderemmo comunque il suo diritto a rimanere in Svizzera.
Esattamente come le ingiustizie politiche, la tirannia e le dittature sanguinarie, anche la fame, la sete e l’estrema indigenza a cui sono condannati intere comunità e interi popoli nel mondo sono secondo noi buoni motivi per giustificare un’accoglienza umanitaria. E quest’obbligo d’accoglienza deve valere a maggior ragione per i paesi occidentali, Svizzera compresa, che hanno precise responsabilità nel modo in cui le ricchezze vengono prodotte e distribuite nel mondo, sia tra nazioni ricche e nazioni povere, sia tra classi possidenti e classi subalterne e spossessate.
Noi siamo convinti che la Legge sugli stranieri (Lstr) e la Legge sull’asilo (Lasi), siano leggi escludenti, fatte non per accogliere, come pretenderebbe la leggenda di una non meglio precisata “tradizione umanitaria” svizzera, ma per escludere, creando cittadini di serie A e cittadini di serie B, C, ecc., con una carta dei diritti a geometria variabile, fino a giungere a chi di diritti proprio non ne ha. Nemmeno quello alla vita. Per questo pensiamo che queste leggi vadano cancellate per riscriverne altre, includenti e solidali.
Per questi motivi siamo favorevoli alla mobilitazione più ampia possibile, al fine di fare pressione sulle autorità, per il diritto a restare, sia di Arlind e di Yasin, che sono i casi più conosciuti, sia di tutti gli altri di cui probabilmente non sapremo mai i nomi.
Solo la mobilitazione diretta può imporre alle autorità un cambiamento di rotta, come ha dimostrato il caso di Arlind, la cui decisione, sebbene non sia ancora stata ritirata, è stata per lo meno rimandata. Continuare a fare pressione e a mantenere viva l’attenzione è l’unico modo per imporre definitivamente la marcia indietro alle autorità!