9 febbraio: NO all’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”


di Karl Grünberg*
Sia i sostenitori che gli avversari borghesi dell’iniziativa UDC “Contro l’immigrazione di massa” hanno mobilitato la paura. Paura della degadazione delle condizioni di vita e del quadro di vita. Sarà lei la vincitrice della votazione, che l’inizitiva sia accettata o che sia respinta.
E la paura che provano i bersagli dell’UDC, gli stranieri, che lavorano, contribuiscono, pagano le loro imposte e che non hanno mai il diritto di voto, rimarranno nell’ombra, senza neanche menzionare il grave peggioramento della situazione dei richiedenti l’asilo.
Il Consiglio federale [1], le associazioni padronali, i partiti che li seguono combattono questo testo in nome della prosperità dei datori di lavoro: il suo successo porterebbe più disoccupazione, bisogna respingerla per non uccidere la gallina dalle uova d’oro. Uova che non condividono. Il 24 novembre 2013, questi ambienti hanno ottenuto il rifiuto massiccio dell’iniziativa sullo scarto salariale massimo 1:12. Quattro giorni dopo, il magazin Bilan ha annunciato che la fortuna dei 300 più ricchi della Svizzera è cresciuta di 67 miliardi in un anno, per raggiungere 627 miliardi di franchi.

La tradizione come valore
L’UDC fa campagna come si dirige una fanfara: si preoccupa della bellezza del paesaggio contro la cementificazione, dell’armonia della nostra cultura contro l’invasione straniera, della storia del nostro paese contro gli apprendisti stregoni che la vendono all’asta (i mondialisti), ecc.
I partiti di governo condividono gli stessi riferimenti. Fiancheggiata dall’ufficio federale che la mette in musica, la Legge sulla dimora e domicilio degli stranieri (LDDS), veglia dal 1931, “sugli interessi economici e morali del paese” contro l’invasione, contro la sovrappopolazione straniera (l’Überfremdung).
Questa vigilanza non è eufemistica. Essa ha condotto il Consiglio federale a proporre nel 1991 di rifiutare l’autorizzazione di soggiorno agli “emigranti da paesi che non hanno le idee europee in (senso largo)” [3].
Questo razzismo ha condotto alla legge sugli stranieri (LStr), che ha proposto nel 2007, dopata dagli stessi sostegni economici e politici, ai quali si aggiungeva allora l’UDC, che oggi ne vuole di più.
Uno sguardo su questa tradizione
Arricchirsi con il lavoro dei migranti e prevenire la solidarietà di classe tra lavoratori svizzeri e stranieri fa parte da circa un secolo del codice genetico degli interessi borghesi, i quali, fino ai giorni nostri, adattano questi imperativi alle evoluzioni successive, con la complicità organizzata di vari “rappresentanti del mondo del lavoro”.
La lotta contro l’Überfremdung è una priorità del Consiglio federale dal 1917. Esso ha allora istituito senza basi legali un ufficio federale (l’attuale UFM – Ufficio federale delle migrazioni). Per perpetuarlo, ha fatto modificare la Costituzione federale (1924), condizione necessaria per la redazione di una legge (LDDS), 1931.
La LDDS doveva entrare in vigore il 1° gennaio 1934. Nell’aprile del 1933, le autorità svizzere hanno deciso la sua applicazione anticipata. Hitler aveva appena preso il potere e rapide misure antiebraiche sembravano loro necessarie.
Il 14 marzo 1938, la Germania nazista ha annesso l’Austria. Il consigliere federale Giuseppe Motta salutò: “il più grande avvenimento storico dalla Guerra mondiale”.
Il 28 marzo 1938, il Consiglio federale stimava “che indipendentemente dalla situazione del nostro mercato del lavoro, il grado d’infiltrazione straniera (Überfremdung) è tale” che “[…] dobbiamo difenderci  con tutte le nostre forze e, se necessario, senza pietà contro l’immigrazione degli ebrei, in particolare degli ebrei dell’Est”.
In applicazione di questa scelta, le autorità svizzere hanno chiesto alle autorità naziste di apporre un segno distintivo sui passaporti degli ebrei tedeschi, per filtrarli alla frontiera. La negoziazione del timbro “J” si è conclusa il 29 settembre 1938 [4].
Perché le autorità svizzere non hanno mai riconosciuto questa responsabilità?
In Francia lo sterminio degli ebrei è cominciato nel luglio 1942. La Francia ha una lunga frontiera con la Svizzera. Mentre un rapporto ufficiale del 30 luglio 1942 sulla situazione dei rifugiati sottolinea “le condizioni terribili che regnano nell’Est e che non permettono assolutamente più di prevedere rimpatri”, il responsabile della politica degli stranieri, Heinrich Rothmund, preconizzava “che i rifugiati civili siano ormai rimpatriati nel maggior numero, anche se ne possono conseguire per loro inconvenienti seri (pericolo per l’integrità fisica)”. Per evitare che fossero accolti rifugiati ebrei, il Consiglio federale decise che la “barca è piena”.
Alla fine del settembre 1942, Rothmund ha spiegato a Montreux [5] che il pericolo non era “l’antisemitismo, dottrina straniera alle nostre istituzioni e alla nostra educazione, ma l’israelizazzione [6] del paese, l’aumento sproporzionato di una sola categoria di stranieri. La questione si complica con il fatto che l’ebreo è difficilmente assimilabile”.
La barca era piena, è piena?
Il 30 agosto 1942, parlando a un pubblico di giovani, il consigliere federale Eduard von Steiger [7] ha giustificato la sua politica: “quando si ha  il comando di una scialuppa di salvataggio già pesantemente carica, con una debole capacità e provvista di una quantità limitata di viveri e migliaia di vittime di una catastrofe marittima chiedono aiuto, bisogna sapersi dare l’aria di essere duri se non si può prendere tutti a bordo”.
Penosa demagogia, la Svizzera del 1942 non era una piccola scialuppa di salvataggio, ma una solida nave, che assicurava una parte dell’approvvigionamento industriale del III Reich! È diverso oggi? La preoccupazione dei rifugiati non è forse stata la prima reazione ufficiale svizzera alle primavere arabe? Cosa ne è dell’accoglienza ai rifugiati siriani in un momento in cui ci sciorinano che gli arabi non sarebbero “assimilabili”? Un orientamento interculturale è raramente dibattuto, anche nella sinistra.
La politica degli stranieri e dei rifugiati resta a tal punto imbevuta di decenni di pregiudizi, di colpi bassi e di discriminazione raziale, che la consigliera federale Simonetta Sommaruga si permette oggi di assicurare che “la barca non è piena!” per giustificare la politica d’immigrazione scelta dal governo.
Quali che siano le nostre nazionalità, le nostre religioni, i nostri statuti, è tutti insieme che potremo lottare, per preservare e migliorare le nostre condizioni di vita e il nostro quadro di vita [8].
* Karl Grünberg è presidente di “Tampon J” [“Timbro J”]: http://www.tamponj.ch.
[1] Simonetta Sommaruga, Migros Magazine, 13 gennaio 2014.
[2] Il giornalista che si autodefinisce corrosivo Pascal Décaillet e qualche altro s’indignano contro la campagna collegiale del Consiglio federale, mentre l’UDC vi si oppone.
[3] 91.036 Rapport del Consiglio federale sulla politica verso gli stranieri e i rifugiati del 15 maggio 1991 (http://www.amtsdruckschriften.bar.admin.ch/viewOrigDoc.do?id=10106637).
[4]  Si veda a proposito l’opera di Daniel Bourgeois, Business helvétique et IIIe Reich, Editions Page deux, 1998, pp. 167-194.
[5] Conferenza annuale dei capi delle polizie cantonali degli stranieri.
[6] Rothmund parla più frequentemente del rischio di “giudaizzazione” del paese.
[7] Consigliere federale dal 1941 al 1951, responsabile del Dipartimento di giustizia e polizia, membro del BGB (Bauern, Gewerbe und Bürgerpartei - Partito degli agricoltori, artigiani e borghesi), oggi UDC.


Articolo pubblicato il 28 gennaio su Alencontre e tradotto da Rivoluzione!