Cinema e rivoluzione in Siria


di Davide Salvia 

abou naddara“Abounaddara”, appellativo arabo per “l’uomo con gli occhiali”, simile al nostro “quattrocchi”, è il nome utilizzato da un collettivo clandestino di cineasti siriani autodidatti costituitosi nel 2010 attorno a una società di produzione omonima. Si tratta di una scelta da ricondurre all’usanza, nelle città arabe, di nominare le persone umili con dei soprannomi tratti dalla loro professione. Ma non solo.
Questa decisione vuole infatti porre la produzione del gruppo su quel “file rouge” del cinema rivoluzionario internazionale che venne teso tra i primi dal regista sovietico Dziga Vertov; il quale nel 1929 realizzò per l’appunto un film dal titolo autoreferenziale “L’uomo con la macchina da presa”.

Come si legge nella pagina di presentazione del sito online abounaddara.com, il collettivo predilige progetti brevi e di carattere intimo, attenti alle piccole storie, piuttosto che alle grandi. Le armi utilizzate riflettono questa scelta: mezzi poveri per la realizzazione di film che non superano mai una manciata di minuti e non hanno nessun timore di ridursi a poche decine di secondi. Dato il carattere clandestino del collettivo e l’urgenza della produzione, la preferenza per il cortometraggio è funzionale soprattutto alla diffusione   attraverso la rete: tutti i film del collettivo si trovano infatti sul sito internet vimeo.com, con sottotitoli in inglese e/o francese. Si tratta di una preferenza che implica necessariamente il confronto con il ridotto monitor del computer; un confronto che non sembra tuttavia preoccupare i cineasti impegnati in questo     progetto, le cui opere si adattano perfettamente sia al grande sia al piccolo schermo. Alcuni di essi sono stati infatti proiettati nel 2012 al “Cinéma l’Ecran Saint-Denis”, nell’ambito del dodicesimo festival “Est-ce ainsi que les hommes vivent”;   oppure alla sessantottesima “Mostra Internazionale d’Arte Cineamtografica” di Venezia, tra i film fuori concorso.
In un articolo dal titolo “Respectons le droit à l’image pour le peuple syrien”, pubblicato il 27 gennaio scorso sul sito d’attualità politica internazionale alencontre.org, i cineasti di “Abounaddara” denunciano il carattere fuorviante della maggior parte delle immagini rappresentanti la società siriana. Bachar al-Assad per esempio, tiranno sanguinario, presenta nelle sue apparizioni tutti i tratti della “politesse” di un vero “gentleman”; così come la Syria stessa, in piena rivoluzione democratica, subisce la falsa rappresentazione di un paese in preda alla guerra confessionale. In Europa poi, il Medio Oriente è presentato come una realtà estremamente complessa all’interno della quale è difficile capirci qualcosa, soprattutto chi sono i buoni e chi i cattivi, quando termina l’azione spontanea di un popolo oppresso e inizia il disegno delle potenze straniere, dove finisce il sollevamento popolare e dove comincia l’atto terroristico. Anche le immagini scioccanti diffuse per denunciare le atrocità commesse da un regime criminale, finiscono spesso per venir riutilizzate da quest’ultimo attraverso i suoi mass media, al fine di riorientare l’accusa a danno dei ribelli. Il tutto, quando non discredita completamente l’Esercito Siriano Libero, finisce comunque per creare grande ambiguità e confusione che fanno dubitare della legittimità della lotta popolare in atto.
L’attività cinematografica clandestina di “Abounaddara” riesce al contrario con grande intelligenza a presentare un metodo di controinformazione artistico, efficace e originale. Evitando una gretta denuncia sociale, che cerca di sconvolgere lo spettatore solamente attraverso immagini di estrema violenza, il collettivo opta per una forme audio-visive più complesse, che conduce a una riflessione più ampia e sfumata sui diversi elementi che caratterizzano un periodo rivoluzionario: cause e conseguenze sociali del     sollevamento, natura inumana di un regime   assassino che pratica la tortura, analisi della cosiddetta “islamizzazione della rivoluzione”, problema dei rifugiati, determinazione e autoorganizzazione dei ribelli, ecc. Un esempio interessante è il cortometraggio “Rima”, prodotto in seguito all’uccisione, per mano delle forze armate dello Stato, di alcuni bambini. Nessun cadavere è presentato sullo schermo. L’opera evoca invece il dolore di una madre che si aggira tra le lapidi di un cimitero, mentre un aquilone si staglia alto nel cielo davanti ai raggi di sole che filtrano lucenti tra le nuvole bianche. In sottofondo la musica di una ninnananna, “Rima” appunto, che dà il titolo al film.
Alla propaganda pro governativa, il collettivo oppone poi diversi cortometraggi che   presentano i tratti del reportage o del documentario. Sullo schermo troviamo spesso persone che, attraverso semplici aneddoti o testimonianze più articolate, ci donano diversi spaccati della vita sotto un     regime tirannico e di quella in tempi di guerra civile. I nuclei tematici dei racconti, mai     casuali, sono puntualmente indirizzati a sconfessare l’immagine falsata degli eventi spacciata dal clan degli Al-Assad regnante. Ed ecco allora opere come “My Terrorist Brother” (Mio fratello terrorista), “Citizen of the Shadow” (La cittadinanza dell’ombra), “The Unknown Soldier” (Il soldato sconosciuto), per citare solo alcuni dei corti prodotti in questi primi mesi del 2013, capaci con grande leggerezza di mettere a nudo il carattere dispotico e opprimente del regime siriano (per esempio attraverso un racconto d’infanzia), di presentare la reale convivenza pacifica di diverse confessioni all’interno del paese (osservata nei rapporti personali di ogni giorno), o ancora il desiderio di libertà del popolo siriano (espresso metaforicamente): questo, grosso modo, lo sviluppo di “La cittadinanza dell’ombra”.
I codici del documentario sono poi sostenuti da una fotografia estremamente curata sotto tutti i punti di vista, dall’inquadratura, ai colori, alla luce. Si tratta di un’immagine che, rifiutando la messa in scena dell’orrore e dell’osceno, possiede un grande valore evocativo. È un’immagine retorica, ma di una retorica mai gratuita, perché sempre elemento fondamentale per la costruzione del significato espresso dal racconto. Altrettanta importanza è poi assunta dall’audio, che si tratti di una colonna sonora musicale, un discorso radiofonico, una registrazioni della “voce della protesta” o dei i fragori della guerra, esso si pone sempre in un rapporto dialettico con l’immagine.
Un bell’esempio di ciò è rappresentato da “Vanguards” (“Avanguardie”): vediamo dei bambini in uniforme che, guidati da una voce al megafono, scandiscono le tre parole d’ordine del partito Baas (organo dirigente del regime, controllato dalla dinastia al-Assad dal 1970): “unità (araba), libertà e socialismo”. Poi, progressivamente, si ode il grido di “Libertà” del popolo siriano in rivolta. In questo modo, sono posti a confronto l’uso ipocrita e propagandistico di questo slogan e la spontaneità autentica con la quale il popolo rivendica la propria libertà nei primi passi di un processo rivoluzionario.
Esplorando a trecentosessanta gradi gli espedienti offerti dalla tradizione cinematografica sviluppatasi nel corso del ‘900, i risultati ottenuti da Abounaddara sono notevoli. Le energie spese sono intelligentemente organizzate attorno a materiale di vario genere e riescono a mettere in luce alcuni aspetti di questo processo rivoluzionario di lunga durata che spezzano gli stereotipi semplicistici che caratterizzano l’idea classica di un popolo in rivolta. Dato il carattere retorico dei documenti prodotti, spesso simbolico, specialmente nei cortometraggi di finzione, è però impensabile che la loro visione possa prescindere dalla lettura di testi di fondo riguardo quanto è avvenuto e sta ancora avvenendo in buona parte del mondo arabo. Al contrario la comprensione e l’apprezzamento di queste opere è direttamente proporzionale alla capacità di inserirne la visione, e l’ascolto, all’interno del contesto più ampio delle “rivoluzioni arabe” e della storia del paese. Detto ciò, elogio a questi uomini che si sono buttati a capofitto nella lotta per la democrazia, utilizzando come armi i mezzi che gli sono propri: quegli umili occhiali da cineasta con i quali cercano disperatamente di ridare al popolo siriano il diritto a un’immagine autentica.