Le cinque oppressioni



Ciclo di formazione gennaio febbraio 2013, scheda numero 2


1) L'OPPRESSIONE DI CLASSE

Origine
L'umanità si è divisa in classi sociali circa 5.000 anni fa. Per un milione di anni ne aveva fatto a meno. Nel corso dei millenni si sono succedute varie classi sociali e sistemi di dominio. Ogni volta si sono affrontate due classi fondamentali: schiavi e sacerdoti, capi guerrieri e latifondisti contro schiavi, nobili contro servi della gleba, capitalisti contro operai. Nel corso del tempo si sono sviluppate anche diverse altre classi, che potremmo definire intermedie: per esempio i contadini liberi, ma poveri, del sistema schiavistico, gli artigiani del Medio Evo ed oggi il complesso dei lavoratori autonomi.

Le classi sociali si sono formate a seguito dell'ineguale distribuzione del surplus prodotto. Le società agricole-stanziali, a differenza di quelle basate sulla caccia, erano in grado di produrre una quantità di alimenti superiori alle strette necessità vitali. Ciò ha consentito ad un piccolo strato di popolazione di evitare di lavorare e di vivere del lavoro altrui. La natura di questo surplus è cambiato nel tempo. Le varie classi sociali dominanti si sono dunque caratterizzate per essersi appropriate in modi e tempi diversi dell'eccedenza di ricchezza prodotta dalle classi subalterne.
Nella moderna società industriale il surplus che viene estorto ai lavoratori e alle lavoratrici lo chiamiamo plusvalore. La diffusione generalizzata di questo meccanismo di estorsione dà vita ad una formazione economico-sociale che chiamiamo capitalismo.

L'articolazione delle classi
Oggi nei paesi fortemente industrializzati vi sono tre classi fondamentali: il proletariato (l'insieme dei lavoratori dipendenti), la borghesia (capitalisti, banchieri, manager, alti burocrati, alti ecclesiastici), la piccola borghesia. Quest'ultima può essere suddivisa in tre categorie: i lavoratori dipendenti solo formalmente autonomi (si tratta di lavoratori che i padroni trovano più conveniente non assumere, ma pagare, ad esempio, con ritenuta d'acconto), i lavoratori autonomi senza dipendenti (piccoli negozianti, camionisti, taxisti, alcune categorie di professionisti), i lavoratori autonomi che hanno dipendenti ma sono costretti loro stessi a lavorare nell'esercizio (se potessero farne a meno o si limitassero ad un compito di direzione, diverrebbero dei capitalisti).
Le prime due categorie di lavoratori autonomi sono potenziali alleate della classe lavoratrice. Esse infatti non hanno nulla da guadagnare dallo sfruttamento dei lavoratori, mentre l'avanzare del capitalismo toglie loro spazi, beni e sicurezza. Chiamiamo l'insieme della classe lavoratrice e dei primi due strati della piccola borghesia: classi subalterne. Riaggregando i dati ISTAT (censimento 1991) secondo la metodologia marxista risulta che la classe lavoratrice in Italia è pari al 73,3 % della popolazione economicamente attiva, la borghesia al 3,9%, la piccola borghesia al 22,8%.
All'interno di queste classi vi sono differenze anche molto consistenti sia di status che di funzione. Riguardo alla funzione, un insegnante ed un operaio percepiscono stipendi simili e sono ambedue lavoratori dipendenti, eppure il primo gode di maggior potere: gli insegnanti ad esempio hanno il potere di bocciare i figli degli operai, mentre dispongono di un capitale culturale sufficiente a poter sperare di far compiere ai propri figli un salto di classe. Lo stesso si può dire su un altro piano per i poliziotti, i soldati, ecc. Essi sono dei lavoratori dipendenti, ma spesso usati contro altri lavoratori. Riguardo al reddito poi vi è una certa differenza tra le famiglie di impiegati plurireddito (stabilità di impiego, alti stipendi, carriera) e le famiglie dove vi è un solo reddito operaio. Nelle prime si innesta un meccanismo di accumulazione (proprietà della casa, poi trasmessa ai figli, titoli di stato, investimento scolastico sui figli, ecc.) che è sconosciuto alla vita precaria delle seconde.
Eppure tutte queste variabili non segnano una differenza di classe. La differenza di funzione, all'interno della stessa classe, nella società si basa su illusioni e privilegi, che entrano in crisi quando l'intera classe lavoratrice si mobilita. Abbiamo visto molto spesso i sindacati degli insegnanti scioperare a fianco di quelli operai. Del resto quando un intero popolo è in rivolta, anche i soldati e i poliziotti semplici spesso disobbediscono e disertano.
Le differenze di reddito tra lavoratori poi sono assolutamente insignificanti se paragonate ai profitti di banchieri ed industriali.
Gli strati più privilegiati, per reddito o funzione, della classe lavoratrice, insieme ai settori intellettuali di lavoro autonomo (avvocati, professionisti, ecc.) ed ai loro figli (sovente universitari) vengono spesso definiti "classe media". È da questo insieme sociale che vengono molti dirigenti di partiti di sinistra, sindacati, associazioni, centri sociali. Ciò ha contribuito ad accrescere i problemi di questi organismi: burocratizzazione, intellettualismo, distanza dalle esigenze delle masse, ecc.

Lo stato
Le lotte tra classi sociali hanno segnato il carattere di intere epoche. Dalla necessità di governare i conflitti tra classi dominanti e classi dominate e quelli all'interno delle stesse classi dominanti è nato lo stato con tutte le sue articolazioni: esercito, amministrazione, ecc. Nessuna classe sociale ha mai conquistato il potere se non con la distruzione di questi apparati e la costruzione di nuovi.

La lotta di classe
La classe lavoratrice ha sempre lottato contro lo sfruttamento con tutti i mezzi possibili a seconda delle tradizioni, del periodo, della sua forza strutturale: manifestazioni, scioperi, insurrezioni. Queste lotte però non hanno mai avuto un carattere costante nel tempo.
La classe lavoratrice alterna a periodi di ascesa periodi di riflusso. Nei periodi di ascesa la conflittualità è alta, vi sono molti scioperi, grande disponibilità alla partecipazione, i sindacati hanno molti iscritti, i giornali di sinistra aumentano la tiratura. Nei periodi di riflusso si lotta poco, tra i lavoratori ha successo l'ideologia dominante, dilaga tra loro lo scoraggiamento e la sfiducia nella propria classe. Nei periodi di riflusso però si formano i gruppi e le idee che caratterizzeranno i successivi periodi di ascesa. Attualmente viviamo in un periodo di riflusso che perdura dal 1980.

Le organizzazioni della classe lavoratrice
La classe lavoratrice ha dato origine a diversi strumenti organizzativi per difendersi o attaccare le classi dominanti. Sostanzialmente sono di due tipi: il partito e il sindacato. Attraverso i sindacati la classe lavoratrice ha cercato e cerca di difendere i suoi interessi elementari: il salario, il posto di lavoro, tempi e ritmi sostenibili, ecc. Attraverso i partiti ha cercato di disputare alle classi dominanti il controllo dell'apparato statale.
Definiamo i partiti della classe lavoratrice "riformisti" se nella pratica conducono la propria azione secondo una strategia che punta a "migliorare" il capitalismo senza abbatterlo e "rivoluzionari" quando, pur battendosi per delle riforme, lo fanno nell'ottica di rafforzare la classe in vista dell'abbattimento del capitalismo. In Europa tutti i partiti di sinistra di massa, pur appartenendo a tradizioni politiche diverse, sono riformisti.
L'esperienza storica dimostra che i partiti riformisti hanno sistematicamente tradito le aspettative della classe lavoratrice anche sul piano delle riforme, ma si mantengono forti perché solo in determinate congiunture storiche la classe lavoratrice ha la sufficiente fiducia in se stessa e le capacità per tentare soluzioni rivoluzionarie. Del resto i partiti rivoluzionari che hanno conquistato il potere, hanno poi dato vita a società autoritarie (Cuba) o addirittura totalitarie (URSS, Cina).

L'ideologia
La borghesia produce una propria ideologia che normalmente gode di grande popolarità tra le classi subalterne. Ne sono parte integrante l'idea che l'ascesa sociale sia dovuta a capacità individuali, che è nella natura dell'uomo ricercare il profitto a scapito del bene comune, che il libero dispiegarsi degli interessi personali produce benessere sociale. La borghesia e gli intellettuali ad essa solidali hanno prodotto vari sistemi di idee in sé coerenti: il liberalismo, il keynesismo, ecc.
Anche le classi subalterne e gli intellettuali ad esse solidali hanno prodotto sistemi di idee per interpretare il mondo e cercare di cambiarlo. Prima della definitiva affermazione del capitalismo (XVIII-XIX sec.) queste idee avevano generalmente un "involucro" di tipo religioso. Con l'avvento del capitalismo si sono sviluppati altri pensieri critici tra i quali il socialismo utopistico, l'anarchismo, il marxismo, varie forme di teologia radicale. Il marxismo è il sistema di idee che offre la strumentazione più adatta ad indagare e operare per il superamento dell'oppressione di classe.

2) L'OPPRESSIONE DI GENERE

Origine
L'oppressione di genere è precedente alla suddivisione di classe. Anche nelle società cosiddette primitive vi è una chiara sudditanza della donna rispetto all'uomo. La dominazione dei maschi si è consolidata con molta probabilità all'epoca della caccia di animali di grosso taglio, quando per lunghi periodi di tempo la donna si trovava nell'impossibilità di partecipare alla caccia e quindi alla produzione di cibo a causa delle gravidanze e dell'allattamento.

Caratteristiche dell'oppressione di genere
Grazie a questa preesistente dominazione gli uomini si sono potuti appropriare di una serie di invenzioni femminili (l'agricoltura ad esempio). Tutte le successive formazioni economico-sociali hanno mantenuto la supremazia degli uomini sulle donne. Al variare delle nazioni, delle culture, del periodo storico, della struttura economica ciò che cambia è la forma della dominazione maschile, non la sua sostanza. Oggi l'oppressione di genere è evidente in tutti i paesi del mondo, inclusi quelli che hanno realizzato una rivoluzione di classe. Chiamiamo la formazione sociale dove si esercita la dominazione sulle donne "società patriarcale". La società nella quale viviamo dunque è allo stesso tempo capitalista e patriarcale.
La lunghissima dominazione dei maschi ha provocato l'esclusione sistematica delle donne dalla politica, dal governo, dall'arte, ecc. salvo poche e rilevanti eccezioni. Si è trattata dell'esclusione più feroce e sistematica che l'umanità abbia mai praticato, superiore a tutte le altre oppressioni. La dominazione degli uomini si è espressa attraverso l'uso della violenza (istituzionale e domestica), la legislazione discriminatoria, la totale dipendenza economica dal marito o dal padre.
Gli spazi che le donne hanno saputo conquistarsi nei Paesi industrializzati nell'ultimo secolo costituiscono un cambiamento senza precedenti della propria condizione. Ma la discriminazione persiste: si manifesta nella legislazione (con le leggi contrarie al divorzio e all'aborto in tanti Paesi del mondo), nella violenza (domestica e non solo), nel coprifuoco non dichiarato che di fatto colpisce le donne (i rischi cioè che corrono a camminare sole per le strade delle città dopo il calar del sole), nelle discriminazioni sul lavoro, ecc. Maschi e femmine vengono addestrati sin dalla più tenera età a sostenere ruoli diversi attraverso la scelta dei loro giochi, attraverso il rimprovero e l'approvazione degli adulti e delle istituzioni, attraverso i modelli forniti dalla società (giornali, fumetti, cinema, televisione).
Questi ruoli non sono ovviamente equivalenti. I ruoli assegnati ai maschi fanno sì che costoro possano godere, rispetto alle donne, di vantaggi e privilegi, grandi o piccoli a seconda dei rapporti di forza tra i generi che esistono in una determinata formazione sociale. I vantaggi riguardano tutti i maschi, lavoratori compresi. Il marito trova vantaggi psicologici (oppresso sul lavoro ma oppressore in casa) e materiali (evita i lavori domestici e la cura dei figli), i fratelli godono di privilegi rispetto alle sorelle, il lavoratore si trova avvantaggio rispetto alla lavoratrice nelle prospettive di carriera, nelle possibilità di cambiare lavoro o di trovarne.

Lo stato
La dominazione degli uomini sulle donne può realizzarsi e si è realizzata anche in assenza di stato. Ma dal momento in cui lo stato è sorto per garantire il dominio delle classi possidenti, allora ha sussunto anche tutte le altre forme di oppressione presenti nella società, garantendone la perpetuazione. In questo modo ha esteso la base sociale del suo consenso, ad esempio con la tutela legale del padre prima e del marito poi sulla figlia/moglie. Dunque dobbiamo considerare lo stato come strumento di dominio allo stesso tempo della borghesia sulla classe lavoratrice, e dell'insieme degli uomini sulle donne.

La lotta di genere
Le donne hanno sempre lottato contro l'oppressione maschile. Ma questa lotta si è data e si dà, per la gran parte, in forme poco percepibili dalla ricerca storica, dato che avveniva e avviene per lo più all'interno della famiglia. Le caratteristiche del capitalismo hanno favorito l'inserimento delle donne nel lavoro cosiddetto produttivo e ciò ha fatto sì che le donne potessero uscire in parte dal proprio isolamento: le donne hanno cominciato a ribellarsi contro la propria specifica oppressione alla fine del XIX secolo con i movimenti suffragisti e con quelli legati al movimento operaio. Questa lotta ha preso rinnovato vigore a partire dagli anni Sessanta del XX secolo.
Le donne si sono date vari strumenti di organizzazione. Dato che la loro lotta per difendere interessi concreti ha visto spesso come controparte diretta lo stato e le sue leggi, i movimenti di donne hanno assunto sovente caratteristiche direttamente politiche. Le donne hanno utilizzato per difendere i propri diritti, in varie forme e con diversa intensità, i più svariati metodi di lotta: dalle manifestazioni, agli scioperi, ad azioni violente.

Capitalismo e oppressione di genere
Il maschilismo, favorendo la conservazione degli assetti sociali esistenti e indebolendo il fronte degli oppressi, danneggia alla lunga gli stessi lavoratori maschi. Il capitalismo inoltre trova vantaggioso disporre di una forza lavoro come quella femminile, costretta ad accettare salari, ruoli ed orari inferiori rispetto a quelli maschili. Nei periodi di crisi i padroni se ne possono liberare facilmente contando sulla complicità degli stessi lavoratori maschi (è avvenuto ad esempio al termine dei conflitti mondiali o nel passaggio all'economia di mercato dei Paesi dell'Est). Come casalinghe le donne svolgono inoltre un ruolo di supplenza in attività che lo stato o gli industriali dovrebbero fornire (cura dei bambini e degli anziani, produzione di cibo, ecc.).
Le organizzazioni del movimento operaio si sono troppo spesso dimostrate reticenti o conniventi riguardo all'oppressione sulle donne. Sono sempre state pronte a sacrificare le rivendicazioni femminili per ottenere qualche vantaggio immediato o nella speranza di guadagnare più voti alle elezioni (per ingraziarsi ad esempio le gerarchie ecclesiastiche). Questi comportamenti hanno costantemente tradito le aspettative delle donne i cui movimenti hanno sempre espresso invece una naturale simpatia nei confronti delle rivendicazioni della classe lavoratrice (costituita in parte da donne).

L'ideologia
Nella dominazione maschile sulle donne hanno sempre assunto un ruolo fondamentale ideologie di natura religiosa. A queste si sono accompagnate teorizzazioni più o meno "razionali" su una pretesa inferiorità della donna o sulla sua impossibilità a svolgere ruoli tipicamente maschili. Chiamiamo in generale "maschilismo" l'ideologia, che può avere diverse sfumature ed articolazioni, attraverso la quale i maschi giustificano l'oppressione che esercitano sulle donne.
Il marxismo si è dimostrato abbastanza inadeguato a comprendere i caratteri dell'oppressione di genere. Essendo del resto il marxismo un sistema di idee di una classe costituita maggioritariamente da uomini, si tratta forse di un suo limite strutturale.
Nel XX secolo le donne hanno elaborato un proprio pensiero che, come quello degli operai e delle operaie, si è distinto in varie correnti, ma che possiamo comprendere sotto il termine di "femminismo".

3) L'OPPRESSIONE GENERAZIONALE

Origine
Anche l'oppressione degli adulti nei confronti dei giovani è precedente alla divisione della società in classi ed è nata probabilmente insieme a quella di genere. Nelle società cosiddette primitive vi è un netto dominio degli adulti o degli anziani (sia uomini che donne) sui giovani: i giovani cioè non hanno potere, il che significa che non hanno la possibilità di determinare il proprio destino. Obblighi, compiti, responsabilità sono imposti implacabilmente alle nuove generazioni e fatti loro accettare con la repressione o con mezzi "culturali" (riti di iniziazione, ecc.). Si può dire che ogni sistema sociale sin qui esistito si è dato come uno dei suoi compiti principali quello di imporre ai giovani un complesso di valori e di regole, presentate come giuste e ragionevoli e soprattutto prive di alternative.

Lo stato
Lo stato al suo sorgere ha incorporato anche l'oppressione generazionale (ad esempio col diritto del padre a disporre liberamente dei figli, una "libertà" che spesso è arrivata sino al diritto di ucciderli). Oggi lo stato ha dunque caratteristiche patriarcali che si manifestano nella delega all'istituzione familiare di "preparare" i giovani all'entrata nella società come "cittadini". È all'interno della famiglia che si consumano quindi la maggior parte delle violenze psicologiche e fisiche attuate dagli adulti nei confronti dei giovani. Un altro luogo di oppressione generazionale è la scuola.

Caratteristiche dell'oppressione generazionale
L'oppressione giovanile si manifesta oggi nella società attraverso le discriminazioni sul lavoro (precarietà, bassi salari, disoccupazione, sfruttamento), nella soppressione della libertà di movimento, nella limitazione dei diritti civili (legittimazione della violenza domestica, divieto di voto, ecc.), nella repressione scolastica.
La peculiarità dell'oppressione giovanile è che si tratta di un'oppressione transitoria. Una volta adulto il giovane diviene a sua volta oppressore e generalmente si "dimentica" del proprio passato di giovane oppresso.
Gli adulti nel loro complesso traggono vantaggio dalla discriminazione nei confronti dei giovani. Vantaggi psicologici (comandare su qualcuno quando si è comandati sul lavoro o, nel caso delle donne, in famiglia), vantaggi materiali (l'aiuto che le madri si aspettano dalle figlie femmine nel lavoro domestico, la gavetta imposta ai giovani sottopagati quando cominciano a lavorare, ecc.). I maggiori vantaggi li traggono comunque gli altri soggetti sociali oppressori, che avranno garantito una massa di oppressi addestrati sin da piccoli all'obbedienza e al conformismo. Ma questa discriminazione in prospettiva svantaggia l'insieme degli oppressi: un giovane operaio pagato meno di un adulto si trasforma in un potente concorrente di quest'ultimo, una massa di giovani abituati ad obbedire sarà poco disponibile a qualsiasi cambiamento sociale (in quasi tutte le elezioni - a parte quelle dei tardi anni settanta - i giovani hanno votato più a destra degli adulti).

La lotta generazionale
Sotto l'obbligo all'obbedienza covano però nei giovani frustrazione, risentimento, voglia di ribellione, anche se spesso questi sentimenti prendono la strada di una aggressività nichilista che spesso ha per bersaglio altri soggetti sociali oppressi (immigrati, ad esempio, o altri gruppi di giovani, come la tifoseria avversaria). La presa di coscienza della propria condizione di oppressi è impedita da mille ostacoli psicologici (timidezza, paura dello scherno, cura della propria immagine, preoccupazioni che hanno a che vedere con la difficoltà a costruire una propria autonoma identità), ma non impedisce ai giovani di riconoscersi, di fare esperienze insieme, e, in particolari momenti storici, di condurre lotte sul piano politico e sociale. Se la loro lotta è stata fino a pochi decenni fa nascosta e confinata nell'ambito familiare, la scolarizzazione di massa ha fatto sì che i giovani si incontrassero e potessero uscire dall'isolamento. In questo modo la ribellione dei giovani è potuta passare dall'ambito individuale (con la fuga, la disobbedienza, il teppismo, la depressione, la follia, le malattie psicosomatiche) a quello collettivo: con manifestazioni, occupazioni, contestazioni, scioperi, espressioni di forme culturali alternative.
I giovani si sono dotati spesso di organizzazioni strutturate (sindacati studenteschi in Francia, Brasile, Spagna, organizzazioni giovanili dei partiti adulti, ecc.), ma sono sempre spazi offerti dagli adulti e da questi controllati. Altre volte hanno dato vita a forme organizzative autonome (collettivi, centri sociali, ecc.) caratterizzate da un bassissimo grado di formalizzazione (rifiuto della delega, larga partecipazione, ma con fenomeni di leaderismo).
Nelle loro proteste i giovani si sono sempre spontaneamente avvicinati alla classe lavoratrice, alla sua ideologia e alle sue rivendicazioni, ma non sempre sono stati ricambiati con la stessa generosità. In generale i partiti del movimento operaio si sono mostrati tiepidi o reticenti nell'accettare rivendicazioni tipicamente giovanili (obiezione di coscienza al servizio militare, antiproibizionismo, spazi autogestiti, ecc.) e nel difenderne i diritti (ad esempio le burocrazie operaie hanno contrattato stipendi inferiori per i giovani).
Spesso le lotte dei giovani hanno innescato movimenti di altri soggetti sociali, come è accaduto in Italia, dove il '68 studentesco ha preceduto il '69 operaio. Le radicalizzazioni giovanili (che, data la concentrazione di giovani nelle scuole e nelle università, prende spesso la forma di mobilitazione studentesca) hanno sempre un carattere improvviso, talvolta turbolento, passionale, ma di breve durata. Un'altra loro caratteristica è che poche volte le loro mobilitazioni hanno al centro parole d'ordine specifiche della propria condizione di giovani. Gli studenti sono sempre in prima fila ad esempio nella lotta contro le dittature o contro la guerra.

Ideologia
I giovani non hanno elaborato una propria ideologia, ma danno vita di volta in volta a proprie culture, linguaggi e mitologie globalmente antagoniste al sistema di regole che il sistema adulto si sforza di far loro accettare.

4) L'OPPRESSIONE SESSUALE

Origine
L'oppressione nei confronti degli omosessuali è preesistente alla divisione della società in classi. L'oppressione si esprime in tutte le formazioni economico-sociali sin qui esistite attraverso l'obbligo impartito ai propri membri di aderire all'orientamento sessuale di tipo etero. Non sono mancate nella storia culture che ammettevano anche rapporti omosessuali, ma sempre in un quadro dove la "normalità" doveva essere un orientamento prevalentemente eterosessuale. L'omosessuale è sempre stato punito (come accade tuttora nella gran parte dei paesi) o considerato portatore di una variante della follia (come in molte società cosiddette primitive) e comunque schernito e discriminato. La discriminazione ha variato di intensità nelle diverse epoche, mantenendo però nella sostanza una assoluta continuità.

Caratteristiche dell'oppressione sessuale
Si tratta di una condizione, quella di gay, lesbica e trans, per molti versi più pesante delle altre. Il solo fatto che esistano gruppi sociali che mettono in discussione l'eterosessualità dominante è visto dai più come un vero e proprio attentato alla propria identità e a qualla della società. La discriminazione non è ovviamente operativa se gli omosessuali mantengono nella clandestinità il proprio orientamento sessuale. È nel momento in cui si dichiarano apertamente che comincia la guerra del sistema etero nei loro confronti.
La discriminazione si attua sul posto di lavoro, dove rischiano il licenziamento e dove sono molestati, compatiti o derisi dagli altri lavoratori e dalle lavoratrici, nella società dove viene loro impedito qualsiasi accesso a posti di responsabilità, nella famiglia dove la dichiarazione di omosessualità porta a crisi, ricatti e tragedie di varia natura. La discriminazione si attua con violenza fisica e psicologica tale che la gran parte dei gay e soprattutto delle lesbiche preferisce non dichiararsi. In molti altri casi i tabù trasmessi hanno tale forza che l'individuo nemmeno ha il coraggio di riconoscere a se stesso i propri veri orientamenti sessuali.
Se vi sono degli oppressi vi sono anche degli oppressori. Questi ultimi si ritrovano in generale tra tutti/e gli/le eterosessuali (o che si credono tali): operai e padroni, donne e uomini, giovani e adulti. Costoro trovano una serie di fittizi vantaggi nel contribuire all'oppressione. Vantaggi di natura quasi esclusivamente psicologica. Prendere in giro gli omosessuali e mostrare pubblico disprezzo nei loro confronti serve a rassicurare se stessi e gli altri sulla propria appartenenza all'orientamento sessuale dominante (quello eterosessuale). Se questa certezza esistesse sul serio e l'eterosessualità fosse davvero così "naturale" come vorrebbero farci credere, sarebbe difficilmente spiegabile tanto astio verso gli omosessuali. L'esistenza stessa di gay, lesbiche e trans, indipendentemente che lottino o meno, mette in discussione l'obbligo, cioè la "naturalità", dell'eterosessualità.

Le lotte degli omosessuali
All'inizio del XX secolo gay e lesbiche hanno cominciato a lottare collettivamente per i propri diritti. Questa lotta ha trovato maggior vigore a partire dagli anni Sessanta. Da allora gay, lesbiche e trans hanno dato vita a proprie forme organizzative (associazioni, riviste, collettivi), a proprie forme di lotta e ad una autonoma elaborazione teorica.
Il movimento operaio, il movimento delle donne e quello giovanile hanno sempre mostrato grande imbarazzo anche solo ad affrontare questo tema, che è sempre rimasto esterno, tra l'altro, alle preoccupazioni della gran parte dei marxisti. Ciò ha costituito un costante tradimento delle aspettative di gay, lesbiche e trans, i cui movimenti hanno espresso sempre una naturale vicinanza nei confronti delle organizzazioni e delle rivendicazioni degli altri soggetti sociali oppressi.

5) L'OPPRESSIONE ETNICA

Origine
L'oppressione etnica nasce insieme alla divisione della società in classi. La lotta tra diverse etnie (clan, tribù, ecc.) per il controllo del territorio, invece, c'è sempre stata. All'epoca delle società cosiddette primitive, quando ancora non esisteva la divisione di classe, diversi gruppi si combattevano ferocemente, anche se ciò non provocava il consolidarsi di una oppressione permanente di una etnia su un'altra: ogni etnia viveva separata e la società era troppo povera per potersi permettere il mantenimento di schiavi. Con la divisione della società in classi, invece, spesso si è verificata la coincidenza tra la condizione di schiavo e quella di etnia sottomessa. La stessa parola schiavo deriva dal nome di un popolo (quello slavo) dal quale l'Europa nella tarda antichità si ricavava il maggior numero di schiavi. Con il colonialismo dei grandi imperi dell'antichità, interi popoli vennero sottomessi, costretti alla schiavitù o a pagare tributi o a sottostare al governo altrui.

La lotta etnica
La lotta dei popoli oppressi interessa intere epoche, caratterizza la storia dell'Ottocento e del Novecento, e irrompe nel XXI secolo. Ieri riguardava i popoli colonizzati (indiani, cinesi, algerini, congolesi, ecc.) che si liberavano dal giogo degli occupanti, oggi è il turno di irlandesi, baschi, ceceni, kosovari, curdi, tibetani, indios, palestinesi, neri degli USA, ecc. Le lotte etniche assumono solitamente un aspetto direttamente politico. È per questo che oltre ad associazioni, movimenti, gruppi culturali, ecc. le nazionalità oppresse hanno dato spesso vita a veri e propri partiti. Le mobilitazioni su base etnica spesso si sono arricchite di rivendicazioni di classe, dando così vita a formazioni politiche che erano luogo dell'alleanza tra due soggetti sociali oppressi.

Caratteristiche dell'oppressione etnica
L'oppressione consiste spesso nel soffocamento dei costumi e delle abitudini sociali, della lingua, della cultura di un popolo. Altre volte si traduce nella riduzione dell'etnia dominata a una condizione economica sfavorevole, con relative discriminazioni nel lavoro. E sempre si risolve nella negazione del diritto all'autodeterminazione, cioè della possibilità di autogovernarsi da parte delle popolazioni oppresse. La lotta per questo diritto ha comportato guerre e stragi provocate da nazionalità dominanti che si sono sempre dimostrate disposte a qualsiasi orrore pur di mantenere i propri privilegi.
Gli oppressori non vanno ricercati solo tra i membri della classe sociale dominante. Tutti gli appartenenti all'etnia dominante (operai e padroni, donne e uomini, giovani e adulti, eterosessuali e no) traggono vantaggi immediati dalla discriminazione etnica. Vantaggi materiali: migliori condizioni sul posto di lavoro ad esempio. Vantaggi psicologici: il gusto di sentirsi parte dei dominatori, la possibilità di scaricare frustrazioni su bersagli facili, ecc. Lo sciovinismo, accompagnato talvolta dal razzismo, veicola tutta una serie di pregiudizi che servono a garantire un'oppressione omogenea e costante.
Le nazionalità dominanti si sono sempre mostrate disposte a qualsiasi guerra pur di non cedere il territorio alla nazionalità dominata. Di solito vi è un grande consenso interclassista nei confronti di queste politiche imperialiste: il dividendo che deriva dalla potenza di uno stato (di cui l'estensione territoriale è uno dei fattori) ricade infatti in diversa misura (grandi profitti per le classi dominanti, briciole per le quelle dominate) su tutti i membri della nazionalità dominante.
Gli altri soggetti sociali oppressi della nazionalità dominante (donne, giovani, lavoratori, omosessuali) non hanno però alla lunga alcun interesse strategico a difendere la supremazia della propria etnia. Questa dominazione può loro provocare vantaggi immediati (saccheggi, ecc.), ma li indebolisce e li priva di un alleato potenziale formidabile, dato che i popoli oppressi hanno dimostrato di essere capaci dei più sorprendenti sacrifici per tutelare i propri diritti e la propria identità.

Lo stato
Lo stato come struttura di dominio è sempre strumento di un'etnia sulle altre. Mentre infatti l'oppressione di genere, generazionale e sessuale si sono sviluppate prima della formazione dello stato, quella etnica è nata insieme alla dominazione di classe: anche i primi stati (egizio, assiro, babilonese, ecc.) furono lo strumento di dominio di classi dominanti di una determinata etnia, in perenne guerra con le altre.
Lo stato USA ad esempio oltre ad essere strumento di dominio contro i cosiddetti Paesi del Terzo Mondo è uno stato bianco, costruito cioè per mantenere la supremazia dei bianchi sui neri, gli indiani, gli ispanici.
Lo stato italiano, tra le altre cose, si erge come espressione degli interessi dell'insieme degli italiani contro le minoranze nazionali "autoctone" (sudtirolesi, occitani, sardi, zingari) e contro tutte le etnie immigrate a partire dagli anni Ottanta (albanesi, cingalesi, marocchini, tunisini, ecc.).

L'ideologia
Le nazionalità oppresse manifestano una propria cultura ed hanno elaborato propri sistemi di idee. Il nazionalismo degli oppressi non va confuso con quello di chi opprime: quest'ultimo è reazionario ed è da combattere con ogni mezzo, visto che serve a giustificare la dominazione di un popolo su un altro. L'identità etnica è un miscuglio di elementi che, a seconda delle condizioni storiche, vede prevalere una componente (religiosa, linguistica, culturale...) o l'altra.
Il marxismo ha sempre indagato con interesse la questione nazionale, ma ha sempre stentato a dare alla problematica le risposte corrette e a riconoscere l'autonomia e la specificità di questa forma di oppressione. Nelle sue migliori espressioni comunque è sempre stato alfiere del diritto incondizionato all'autodeterminazione.





Associazione Cultura Popolare, settembre 1996