A proposito di questioni fuori moda: lo sfruttamento e le classi sociali



Ciclo di formazione gennaio febbraio 2013, scheda numero 1

Norbert Holcblat, Dicembre 2003 

La concezione marxista delle classi sociali è passata di moda, anche in una parte di quello che si usa chiamare «movimento sociale». Certo, alcuni ricercatori fanno ancora esplicitamente degli «operai» e dei «borghesi» l’oggetto dei loro lavori[1]. Ma il linguaggio corrente, anche militante, non ricorre quasi più a questo vocabolario. Roland Barthes, nelle «Mythologies» spiegava che «la borghesia si definisce come la classe che non vuole essere nominata»[2] e questo rimane vero ma, oggi in più, gli «operai», i «lavoratori» sono quelli che non si possono nominare senza prendere il rischio di essere accusati di non capire il mondo reale[3]. Non è dunque privo d’interesse ritornare sulla pertinenza di ciò che costituisce uno dei «nuclei duri» del marxismo: l’articolazione fra il funzionamento del sistema economico e la strutturazione della società.

«Dopo un periodo di purgatorio, oggetti passati di moda possono trovare un’inattesa giovinezza, della quale potremo giudicare fra qualche anno», così si concludeva un articolo apparso nell’ottobre 2001 consacrato al «ritorno delle classi sociali»[4]. Qualche mese dopo, le classi erano effettivamente di ritorno nel campo politico e giornalistico francese, dopo tutto un periodo dove, anche se in certi ambienti progressisti era prevalsa una visione dove, in maniera molto schematica, la società si divideva in «esclusi» (da compiangere), «classi medie» (da non scoraggiare) e i molto ricchi (così poco numerosi che non valeva la pena di occuparsene). Se si vuole andare ancora più lontano del punto di vista giornalistico, è meglio ritornare ai fondamenti della nozione di classe. Ci troviamo confrontati a delle stratificazioni che l’osservatore costruisce in funzione dei criteri che gli sembrano i più pertinenti oppure si tratta, almeno per le classi fondamentali, di «gruppi» la cui esistenza è in primo luogo fondata sulla loro opposizione in seno al sistema economico e che hanno fra di loro delle relazioni conflittuali?
Non c’è certo bisogno di teorie dello sfruttamento, né semplicemente di altre teorie per suddividere una popolazione in segmenti: basta avere una rappresentazione qualsiasi del reale e di determinarne un criterio (o dei criteri) considerato(i) come pertinente(i). Non c’è neanche bisogno del plusvalore per pensare che alcuni non beneficiano del frutto del loro lavoro. Infine, non c’è bisogno di teorie articolate dell’organizzazione sociale per considerare non solo che l’ordine delle cose è ingiusto ma per volervi sostituire un ordine differente. Ma tutte queste nozioni «passate di moda» costituiscono ciononostante una bussola, imperfetta ma utile se non addirittura indispensabile.

Lo sfruttamento, un rapporto strutturante ma non esclusivo
Si sa che, per Marx, è l’apparizione di un sovraprodotto sociale che permette la divisione sociale del lavoro, quella che prelude all’apparizione delle società di classe. Lo sfruttamento dei produttori diretti da parte di una classe/ceto dominante ha assunto delle forme molto differenziate attraverso la storia a partire dalle formazioni sociali classificate sotto l’etichetta di «modo di produzione asiatico», passando alla schiavitù, al vassallaggio fino al salariato moderno[5]. Per Marx, questo rapporto è strutturante, per esempio governa l’ «economia» e il «sociale». Le classi sociali fondamentali si definiscono in funzione del posto che occupano in tale meccanismo. Esse non esistono in maniera isolata ma in rapporto con la classe antagonistica: non c’è nel capitalismo una borghesia senza un proletariato e non si può analizzare il proletariato indipendentemente dal suo rapporto con la borghesia.
Riconoscere il legame determinante fra sfruttamento e organizzazione delle classi sociali fondamentali non significa farne un principio esclusivo. Altri principi strutturanti sono visibili in tutte le società e si articolano in maniera differenziata con il principio essenziale:
- l’osservazione delle società pre-moderne indica così una divisione del gruppo dominante fra «chierici» e «guerrieri» piuttosto diffusa;
- lo sviluppo degli Stati con una superficie importante genera delle burocrazie specializ-zate;
- la divisione uomini-donne, infine, attraversa tutte le società conosciute e si traduce generalmente in un’oppressione nei confronti delle donne, sia sessuale che sociale ed economica;
- le classi fondamentali e i «gruppi» che abbiamo appena nominato possono essere attraversate da profonde divisioni: nazionali, «razziali» e religiose.
D’altronde, una formazione economico-sociale concreta è il prodotto di una storia : vi ritroviamo dei gruppi sociali (classi o frammenti di classe) che dipendono da forme di produzione la cui importanza è oggi limitata, gli equilibri fra le componenti della classe dominante possono rinviare alla storia economica (il peso particolare della borghesia finanziaria in Inghilterra ne costituisce un esempio), la storia politica ha un ruolo importante nella costituzione e l’espansione della burocrazia statale (così come  lo indica in maniera pugnace Marx a proposito della macchina statale francese[6]).
Infine, il capitalismo stesso produce delle differenziazioni funzionali in seno alla classe dominante (fra capitalismo industriale, finanziario e commerciale) e, d’altronde, crea dei ceti di salariati diversi della classe operaia (tradizionale, ma ritorneremo più in là al loro rapporto a una classe operaia «allargata»). Si tratta non solo dello sviluppo di un ceto d’ingegneri e di caporeparto ma anche di salariati necessari alla realizzazione del plusvalore: Marx analizza così nel «Capitale», l’emersione dei salariati del settore commerciale[7]. Nel cinquantaduesimo capitolo (non terminato) del «Capitale» consacrato alle classi sociali, Marx nota che, anche in Inghilterra, «la divisione in classi non appare sotto una forma pura»[8]. Così come lo sottolinea Daniel Bensaïd, «la formazione sociale reale non si riduce mai alla spogliata ossatura del modo di produzione»[9].
Si può dunque distinguere in seno a una formazione sociale, una pluralità di «gruppi» sociali: le due classi sociali fondamentali che si definiscono in base alla loro opposizione  (ma spesso possono essere frammentate in «sotto-classi») e di altri gruppi la cui similitudine delle condizioni economiche e dei modi di vita non bastano obbligatoriamente a costituirle in classi; vi troviamo lo sviluppo di Marx sui «contadini parcellari»: «Nella misura in cui milioni di famiglie contadine vivono in condizioni economiche che le separano le une dalle altre e oppongono il loro genere di vita, i loro interessi, la loro cultura a quelle delle altre classi della società, esse costituiscono una classe. Ma esse non costituiscono una classe nella misura in cui non esiste fra i contadini parcellari che un legame locale e dove la similitudine dei loro interessi non crea fra di essi nessuna comunità, nessun legame nazionale, né nessuna organizzazione politica»[10]. Si è potuto trasporre questa analisi a una parte di ciò che abbiamo attualmente designato con l’espressione di «classi medie»[11].
Malgrado le generalizzazioni rapide che riemergono periodicamente, la cosiddetta classe media non costituisce veramente una classe. A causa innanzitutto della loro eterogeneità. I vertici della classe media (salariati o membri delle professioni liberali) si intersecano con la borghesia patrimoniale mentre altre frazioni conoscono da sempre delle situazioni oggettive molto differenti o risentono oggi un declassamento sociale nel quale si mischiano elementi soggettivi e oggettivi[12]. È un classico quello di insistere su questa disparità di condizioni, bisognerebbe senza dubbio, anche, per le classi medie salariate e in un paese con un’importante vocazione pubblica come la Francia, prendere in considerazione anche le differenze introdotte dalla natura del datore di lavoro (privato o pubblico). Converrebbe anche prendere in considerazione l’isolamento (anche qui oggettivo o soggettivo) che i membri delle classi medie vivono spesso nel loro lavoro e dell’attaccamento accordato alla costituzione di un patrimonio (di consumo e non di rapporto per l’essenziale). Tutti questi elementi, differentemente dosati secondo le situazioni, conducono le classi medie a esitare fra l’affermazione di un’ «identità» o la frammentazione a causa del richiamo verso l’uno o l’altro polo.

Continuità e trasformazioni delle classi fondamentali
Se la nozione di sfruttamento non permette di cogliere tutta la complessità di una formazione sociale, tanto più che quest’ultima deve essere considerata in maniera dinamica, essa costituisce tuttavia uno strumento essenziale della sua comprensione e della logica dell’evoluzione del capitalismo in quanto sistema economico. Nella sua opera, d’altronde molto interessante, sulla mondializzazione[13], l’economista polacco Zygmunt Bauman crede di poter affermare che «la creazione di ricchezze è sul punto di emanciparsi dal suo tradizionale legame – così vincolante e penoso – con la produzione di beni, il trattamento dei materiali, la creazione d’impieghi e la direzione degli uomini. I vecchi ricchi avevano bisogno dei poveri per diventare ricchi e restarlo… I nuovi ricchi non hanno più bisogno dei poveri.» In più della confusione fra sfruttamento e povertà, sulla quale torneremo, sembra che il ribaltamento dei mercati finanziari ha fatto giustizia delle illusioni sul capitalismo virtuale, capace di generare senza limiti redditi e patrimoni sempre più consistenti. Dietro la sofisticazione dei mercati finanziari, c’è la produzione, l’accumulazione e i rapporti di classe.
Le due classi fondamentali continuano a essere strutturate sulla base del loro rapporto nei confronti della produzione. L’esistenza di gruppi sociali intermediari (eredità o meno delle epoche anteriori al capitalismo) e la pregnanza della disoccupazione di massa (causa principale dell’ «esclusione», termine d’altronde portatore di grossi equivoci), non rimettono in causa il principio di questa polarizzazione, non più della frammentazione degli statuti dell’impiego in seno al salariato. Le classi fondamentali del presente, se rimangono le stesse di quelle di Marx, hanno tuttavia conosciuto un’evoluzione nella loro composizione e delimitazione.
La borghesia capitalista può essere caratteriz-zata come la classe che, a livello economico, combina simultaneamente tre poteri : il potere di prelievo sui risultati dell’attività, i poteri di affettazione e di gestione dei mezzi di produzione[14]. Questi poteri sono legati alla proprietà privata dei mezzi di produzione. I poteri di gestione e anche l’affettazione (in certi limiti) possono essere delegati a dei quadri salariati: il fenomeno è ben reale, un’abbondante e contraddittoria letteratura esiste sul grado di autonomia di questi «managers» nei confronti degli azionisti. Quanto al potere di prelievo, esso è spesso sottovalutato o è presentato come essendo legato a una voracità specifica della «finanza» in un nuovo capitalismo qualificato di «patrimoniale» come se l’anziano non lo fosse stato (ma con delle modalità differenti). In opposizione a questa visione, si noteranno le osservazioni stimolanti di M. Pinçon e di M. Pinçon-Charlot: «…i discorsi sui managers come nuovi signori dell’economia, poi il discorso sugli investitori istituzionali (fondi pensione e mutual funds anglosassoni) tendono a nascondere i borghesi e le loro famiglie in quanto veri beneficiari dei prelievi sulle ricchezze prodotte. Oggi tutto è fatto per occultare gli interessi collegati a tale o talaltro patronimico a beneficio di organigrammi astratti che lasciano credere a una diffusione senza principi e senza limiti della proprietà del capitale»[15] A lato del suo «nucleo duro», la borghesia moderna comprende un versante salariato di membri delle professioni liberali  e di quadri superiori delle imprese e dello Stato, che ottengono d’altronde piuttosto frequente-mente una parte dei loro redditi dal loro legame con la proprietà: esiste un legame abbastanza forte fra l’ammontare del reddito e l’ammontare del patrimonio[16] e fra le famiglie più fortunate, la parte del patrimonio di rapporto (attivi finanziari, immobiliare di rapporto) è superiore a quella del patrimonio domestico[17].
Ma sono le trasformazioni del proletariato ad aver suscitato il maggior numero di controversie fra i marxisti. Tenuto conto delle evoluzioni dei processi produttivi e delle condizioni di lavoro e di remunerazione, il proletariato moderno deve essere allargato all’essenziale degli impiegati e dei tecnici, così come a una parte delle professioni intermediarie. Queste categorie non sono sempre produttrici di plusvalore ma, come lo spiegava Marx a proposito dei salariati del settore commerciale, questo tipo di salariato «rende al capitalismo, non perché esso crea direttamente del plusvalore, ma perché esso contribuisce a diminuire i costi della realizzazione del plusvalore, compiendo del lavoro in parte non pagato»[18]. Bisogna notare che Engels usa l’espressione «proletariato commerciale» a proposito dei salariati del commercio in una nota al 3° libro del «Capitale» pubblicato nel 1894, nota nella quale esso spiega che le previsioni di Marx (scritte nel 1865) relative alla degradazione delle loro condizioni di remunerazione si sono da allora verificate. In seno a questo proletariato allargato, gli operai conservano tuttavia un posto particolare e non costituiscono una specie in via di estinzione[19] della quale i sostenitori di una trasformazione della società possono disinteressarsene. A partire dal momento in cui c’è accordo per non limitare il proletariato agli operai dell’in-dustria, salvo cadere in una mania di classificazione (che non ha risparmiato certi marxisti), il problema della stretta delimi-tazione delle frontiere non presenta che un interesse relativo: le classi sono delle realtà dinamiche la cui capacità a polarizzare e a integrare nel suo interno dipende dall’evo-luzione dei processi sociali.

Gli sfruttati non sono dei «poveri»
L’uso adeguato della nozione di sfruttamento per l’analisi sociale suppone tuttavia di ritornare all’analisi marxista dello sfruttamento capitalista e di rompere con il senso corrente del termine: il capitale è «assetato di plusvalore» ma il capitalista compra la forza lavoro al suo valore, che corrisponde al valore dei beni – materiali e immateriali – necessari alla sua produzione e alla sua riproduzione[20]. Il valore della forza lavoro ha beninteso un contenuto sociale e storico e, d’altronde, le condizioni del suo acquisto si situano (come anche un buon numero di transazioni mercantili) in un contesto caratterizzato dai rapporti di forza. Gli sfruttati non sono i meglio messi di una società; Marx non ha tuttavia mai sostenuto che la posizione di lavoratore sfruttato e produttore di plusvalore era la «peggiore» che potesse esistere nella società capitalista moderna, la situazione dei «lumpen-proletari» e di certi contadini poteva essere più difficile. La posta in gioco è altrove che nel livello di miseria: essa si trova nel ruolo oggettivo durante le lotte sociali fondamentali. Gli sfruttati non si definiscono come «poveri» ma come produttori di valore.
L’analisi dei rapporti uomini-donne appare importante per chiarire questa problematica. È oggi largamente riconosciuto che l’oppressione è una dimensione permanente dei rapporti uomini-donne ma c’è un dibattito sul carattere operativo della nozione di sfruttamento per capire questi rapporti.
Lo sfruttamento delle donne appare infatti come una realtà non permanente. In certe società agrarie, la divisone del lavoro fra uomini e donne sembra essere tale che si può parlare di uno sfruttamento collettivo delle donne da parte degli uomini. Nella società feudale, la famiglia contadina, uomo e donna, è sfruttata dal «signore» (per usare il vocabolario corrente). Nella piccola produzione mercantile, può esserci del lavoro sfruttato della donna a favore del marito, di fatto «capo d’impresa». Nella società salariale moderna, la partecipazione a una sfera produttiva distinta della sfera domestica, si generalizza (per gli uomini prima e per le donne oggi) ma che cosa ne è del lavoro femminile, produttore di valori d’uso, nel quadro del «focolare domestico»? È chiaro che vi è sovralavoro, si può anche pensare che vi sia, in certi casi, «sfruttamento» - non capitalista[21] - ma ciò non fa del rapporto uomo-donna un rapporto strutturante del capitalismo della stessa natura che il rapporto salariati-padroni. Per riassumere, al rischio di essere caricaturali, nel capitalismo moderno, le donne sono collettivamente e individualmente oppresse, le donne salariate sono sfruttate (certe volte più degli uomini a causa della disuguaglianza fra salari maschili e femminili), certe donne sono sfruttate dal loro convivente. Sostenere che il rapporto uomo-donna non fuoriesce globalmente dalla categoria dello sfruttamento non migliora tuttavia la situazione delle donne né sminuisce l’importanza di un movimento organizzato delle donne per una vera emancipazione.

Classe e coscienza di classe
È importante ritornare sulla lotta di classe. Essa è spesso ridotta al confronto dei dominati contro i dominanti. Nei fatti, questi ultimi conducono una battaglia continua per normalizzare, allargare o rinnovare lo sfruttamento. Degli economisti radicali americani hanno così sostenuto che un certo numero di innovazioni maggiori (come la messa in opera del taylorismo) rispondevano, non a delle necessità tecniche ma a delle strategie politiche che miravano a ridurre la potenza degli operai. Uno studio americano sulla genesi delle macchine a comando numerico indica che la soluzione tecnica finalmente adottata non è dipesa che solo in una certa misura dalla preoccupazione dell’efficacia economica[22]. Il ricorso massiccio e permanente all’interim in un certo numero di imprese, malgrado il costo orario del lavoro non sempre inferiore a quello di un contratto di durata indeterminata[23], rinvia anche al conflitto di classe: si tratta non solo di disporre di una manodopera il cui volume può essere adattato ai bisogni della produzione ma anche di introdurre negli ateliers degli operai che non fanno sciopero e che non sono praticamente mai malati. Il padrone impara, anche lui, dai conflitti sociali. Esso ha in modo particolare tirato le conseguenze delle lotte più importanti degli anni sessanta e settanta: la volontà di rafforzare l’eterogeneità fra i salariati è senza dubbio da prendere in considerazione quando si studia l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro e del ricorso al subappalto nel corso degli ultimi vent’anni.
Tuttavia, l’impressione di sgretolamento dei dominati nel mondo attuale non rinvia solo a questa azione dei dominanti, c’è effettivamente un regresso globale del sentimento collettivo, delle solidarietà, del grado di organizzazione, del sentimento di appartenere alla classe operaia. Le ragioni di questa evoluzione sono diverse e il loro studio uscirebbe dal contesto di questo articolo. Ora, la comunità di situazione non significa la possibilità di costituire una classe nel senso pieno del termine, capace di agire in maniera indipendente: una classe «per sé», tutt’al più una classe «in sé». Questa distinzione era già sottolineata da Marx a partire dal 1847: «le condizioni economiche avevano già trasformato la massa del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, d’interessi comuni. Così questa massa è già una classe dal punto di vista del capitale, ma non ancora per sé stessa. Nella lotta, questa massa si riunisce, e si costituisce in classe per sé stessa.»[24] In merito a questo aspetto, M. Pinçon e M. Pinçon-Charlot insistono sulla dissimmetria presente fra borghesia e classe popolare: «Le classi popolari non formano più un gruppo cosciente e solidale come la grande borghesia…La borghesia esiste sempre, fedele alla posizione, dominante. Classe in sé e classe per sé, essa è la sola oggi ad assumere questo carattere che costituisce la classe reale, e cioè quella che sa di essere  mobilizzata.»[25]
Anche se è stata bersaglio di critiche, la dialettica del in-sé e del per-sé è importante per la comprensione del presente e dei compiti assegnati a quelli che non si rassegnano all’ordine del mondo. Come ieri, la borghesia «non può esistere senza rivoluzionare costantemente gli strumenti di produzione, dunque i rapporti di produzione, e cioè tutto l’insieme dei rapporti sociali.» Ciò facendo, essa disloca ma riproduce il proletariato, «classe degli operai moderni, che non vivono che se trovano del lavoro e che non ne trovano che se il lavoro accresce il capitale»[26]. La comprensione dell’esistenza di una classe proletaria «in sé», disaggregata ma presente, dà una base oggettiva al progetto emancipatore (che, senza questo, non si baserebbe più che su delle aspirazioni morali) e, lungi dal condurre a un progetto esclusivamente partitico, assegna simultaneamente degli obiettivi di ricostruzione delle solidarietà sociali e politiche.





[1] Noteremo in particolare i lavori di S. Beaud e M. Pialoux per gli operai (e specialmente «Retour sur la condition ouvrière», Fayard, 1999) e di M. Charlot e M. Pinçon-Charlot per i borghesi
[2] Roland Barthes, , « Mythologies », Le Seuil, 1957
[3] Il mondo veramente reale ritorna certe volte come un boomerang in pieno viso di quelli che credono di comprenderlo. Pierre Mauroy aveva con ragione (anche se, nella fattispecie, il problema era più di fondo che di forma) suggerito a Lionel Jospin di usare i termini di «lavoratori» e di «operai» poiché non si stratta di «insulti».
[4] Louis  Chauvel, « Le retour des classes sociales ? », Revue de l’OFCE, n°79, octobre 2001.
[5] Per non entrare in dibattiti complessi, le società del tipo sovietico non sono incluse in questa enumerazione, ma si può con diritto argomentare in favore dell’esistenza di meccanismi di sfruttamento in queste società.
[6] Karl Marx, « Le 18 brumaire de Louis Bonaparte », Editions sociales.
[7] Karl Marx, « Le Capital », Livre III, tome 1, Editions sociales.
[8] Karl Marx, « Le Capital », Livre III, tome 3, Editions sociales.
[9] Daniel Bensaïd, « Marx l’intempestif », Fayard, 1995.
[10] Karl Marx, « Le 18 brumaire de Louis Bonaparte », Editions sociales.
[11] Jean-Pierre Durand, « La sociologie de Marx », Repères, La Découverte, 1995.
[12] È interessante notare che il sentimento di declassamento non risparmia certi segmenti di professioni liberali. Sarebbe anche il caso dei medici generalisti nei confronti dei loro «confratelli» specialisti, cf. cf. Marie Jaisson, « L’honneur perdu du généraliste », Actes de la recherche en sciences sociales, n°143, juin 2002.
[13] Zygmunt Bauman, « Le coût humain de la mondialisation », Hachette Littératures, 1999.
[14] François Morin, « Le capitalisme en France », Cerf, 1976.
[15] Michel Pinçon , Monique Pinçon-Charlot, « Sociologie de la bourgeoisie », Repères, La Découverte, 2000.
[16] C. Chambaz, F. Guillaumat-Talliet, J-M Houriez, « Le revenu et le patrimoine de ménage », Données sociales, INSEE, 1999.
[17] Sarebbe d’altronde interessante di studiare l’impatto delle privatizzazione dell’apparato produttivo sulla transmutazione di certi quadri superiori salariati (spesso provenienti dall’apparato di Stato) in gestionari ormai detentori di una parte del capitale.
[18] Karl Marx, « Le Capital », Livre III, tome 3.
[19] Stéphane Beaud, « Les ouvriers n’ont pas disparu », entretien paru dans « Alternatives économiques », n°207, octobre 2002.
[20] Ricordiamo che lo sfruttamento capitalista si caratterizza dal fatto che esso costituisce un’estorsione del sovralavoro attraverso dei rapporti di scambio a differenza dei rapporti precapitalisti di sfruttamento dove il sovralavoro era estorto attraverso dei rapporti di dipendenza parsonale Pierre Salama, Tran Hai Hac, « Introduction à l’économie de Marx », Repères, La Découverte, 1992..
[21] Si tratta di un « sovralavoro » e di un « sfruttamento» che non si definiscono rispetto a un tempo di lavoro socialmente necessario e che non permettono al congiunto di accumulare del capitale ma che, a causa dell’importanza dei valori d’uso prodotti, migliora considerevolmente la sua situazione.
[22] D.F. Noble, « Forces of production. A Social History of Industrial Automation », Alfred Knopf, New York, 1984, citato da Thomas Coutrot, « Critique de l’organisation du travail », Repères, La Découverte, 1999.
[23] Armelle Gorgeu & René Mathieu, « Filière automobile : intérim et flexibilité », 4 pages n°26, Centre d’études de l’emploi, mars 1998. Gli autori hanno paragonato i costi per l’impresa degli interinali, dei contratti a durata determinata e dei contratti a durata indeterminata
[24] Karl Marx, « Misère de la philosophie », 10/18, UGE.
[25] M. Pinçon , M. Pinçon-Charlot, « Sociologie de la bourgeoisie », op. cit.
[26] Karl Marx et Friedrich Engels, « Le manifeste du parti communiste », Editions sociales .