No! Uno slogan valido ieri come oggi


di Camilla Mina

No!, questo il titolo del film del regista cileno Pablo Larraín proiettato l’altra sera in Piazza Grande al Festival del Film di Locarno.
Il film, ambientato in Cile, nel 1988, si propone di raccontare la campagna che precedette la fine ufficiale della dittatura di Pinochet, avvenuta tramite un plebiscito che avrebbe determinato la continuazione della sua presenza politica per ulteriori otto anni o meno.
Il protagonista, René Saavedra (Gael García Bernal), è il pubblicitario incaricato della campagna televisiva contro l’approvazione del plebiscito (da qui il titolo No!), ed è colui che, di ritorno dal suo esilio in Messico, sfruttando le sue conoscenze pubblicistiche in materia commerciale, riesce a convincere il popolo cileno ad opporsi al “Si”.
Dal punto di vista tecnico, estetico e recitativo si tratta sicuramente di un film molto ben curato, anche se parecchio romanzato a livello della sua contestualizzazione storica e sociale.
Se da un lato è vero che la campagna pubblicitaria messa in atto da Saavedra ebbe sicuramente un ruolo rilevante nella sconfitta elettorale di Pinochet (in molti casi si dimostrò pure parecchio creativa, arguta e pungente, attraverso un sapiente utilizzo dell’ironia ed il coinvolgimento diretto di molti artisti cileni oppositori del regime), d’altro canto, vi è un’idealizzazione dell’utilizzo di pratiche pubblicistiche profondamente ispirate a quelle commerciali di aziende come ad esempio Coca Cola[1].
La promessa di trasformare il Cile in una sorta di terra promessa semplicemente abbattendo il dittatore, fa chiedere allo spettatore se la gente avesse realmente compreso cosa significasse uscire da una dittatura e, soprattutto, quali fossero le reali intenzioni di chi, una volta sconfitto Pinochet, sarebbe poi salito al potere.
Domanda legittima, visto che dal 1990, malgrado la Concertación (unione di alcuni dei partiti che si erano opposti a Pinochet durante la sua dittatura) fosse salita al potere tramite libere elezioni, negli anni a venire ben pochi cambiamenti reali, che potesse incidere sull’esistenza materiale della maggioranza della popolazione, sarebbero stati messi in atto.
Addirittura, non fu attuato nessun cambiamento a livello costituzionale (in Cile è tutt’ora in vigore la Costituzione del 1980), quasi nulla a livello legislativo (contro i Mapuche, la popolazione indigena maggioritaria in Cile, è sempre in agguato la “Ley Antiterrorísmo”, che prevede l’incarceramento senza limite di tempo durante il giudizio, e la triplica della condanna se trovati colpevoli) e si è continuato fedelmente sulla strada del modello ultra-liberale già intrapresa una quindicina d’anni prima dallo stesso Pinochet, con una conseguente privatizzazione di ogni bene e settore.
Come se non bastasse, l’arrivo al potere nel 2009 del presidente Piñera (fratello minore del ministro del Lavoro e della Sicurezza Sociale di Pinochet, José Piñera, famoso per i decreti di privatizzazione del sistema pensionistico), ha riportato la situazione sta tornando a livelli allarmanti.
Attualmente il Cile figura fra uno dei quindici paesi con maggior disuguaglianza del pianeta, e per comprendere la tragicità della situazione, il caso dell’educazione è emblematico.
Per fare solo un esempio, in media ogni mese una famiglia cilena deve sborsare fra i 170'000 e i 400'000 pesos (tra i 250 e i 600 euro), in un paese in cui il salario minimo si attesta sui 300 euro, ed il salario medio mensile sugli 800.
Il 70% degli studenti è indebitato, ed il 65% di quelli più poveri, costretto ad abbandonare gli studi.[2]
Non sorprende dunque, che lo slogan scandito durante le impressionanti mobilitazioni che da un anno a questa parte stanno scuotendo tutto il Cile per chiedere “un’educazione pubblica e gratuita” (mai, dalla fine della dittatura, nel 1990, si era visto qualcosa di simile), sia “Cadrà, cadrà, l’educazione di Pinochet!”.
E non può neppure sorprendere, sebbene continui ad indignarci, che le mobilitazioni siano state duramente represse, come mostra il caso del nostro compagno José Ancalao, portavoce della Federazione Mapuche degli studenti (FAMAE) e membro del consiglio esecutivo del Confech (Federazione degli studenti universitari del Cile), brutalmente pestato e incarcerato durante una marcia commemorativa per l’assassinio di Matías Cartileo, giovane mapuche ucciso il 3 gennaio 2008 (manifestazione in cui anche la madre e la sorella di Cartileo sono finite in prigione!).
Malgrado la fine ufficiale della dittatura, avvenuta ventidue anni fa, sul popolo cileno grava tutt’ora l’eredità e l’attualità di un sistema politico, economico e sociale brutale. Giusto dunque celebrare la sconfitta simbolica della dittatura, ma altrettanto giusto è continuare la lotta perché il sistema che ha prodotto questo orrore e che lo mantiene vivo, finisca definitivamente nell’immondezzaio della storia.


[1] il film si apre infatti con Saavedra che mostra un esempio di possibile campagna, basandosi su una pubblicità di questo marchio.
[2]  Dati tratti da un articolo pubblicato il 29 agosto 2011 sul sito A l'encontre, e reperibile in italiano sul nostro blog Rivoluzione!  http://www.rivoluzione.ch/search?q=farla+finita+con+pinochet