“Il sindacato non è una Greenpeace dei lavoratori”


Riportiamo di seguito l'intervista al compagno Matteo Pronzini del portale Ticinolibero. Questa mette bene in luce qual è la nostra concezione del sindacato e in quale prospettiva noi ci impegniamo al suo interno. 


Matteo Pronzini è ufficialmente candidato alla testa del settore edilizia di Unia a livello svizzero. La decisione il prossimo 23 giugno, quando il ticinese se la vedrà con Nico Lutz, il candidato “ufficiale”.


Matteo Pronzini, conferma la sua candidatura a responsabile del settore edilizia di Unia a livello svizzero?
 Proprio qualche giorno fa sono stato ospite di un’assemblea di lavoratori nel Canton Berna, dove sono stato messo a confronto con Nico Lutz, l’altro candidato per questa funzione, proposto dai vertici sindacali. La stragrande maggioranza di lavoratori ha votato per me. Anche in un’altra assemblea, nel Canton Vaud, c’è stata una maggioranza che ha votato per me. Dunque avendo il supporto di queste due regioni, che sono importanti, mi sono messo a disposizione. Si deciderà il 23 di giugno, e fino a quella data ci saranno una serie di assemblee da parte delle regioni di Unia, in cui siamo stati convocati entrambi, e potremo presentarci. Penso sarà interessante, è da molto tempo che non c’era più stata la possibilità per la base di scegliere fra più candidati per un posto. È importante proprio per il funzionamento democratico del sindacato il fatto che ci sia la possibilità di avere persone con punti di vista ed esperienze diverse, che permettano alla base di confrontarsi. E poi nel settore dell’edilizia la discussione si lega anche alla discussione sul rinnovo del contratto dell’edilizia, siglato lo scorso mese di marzo.
Pensa che avrà il sostegno anche da parte della regione Ticino di Unia?
 Credo che anche Unia Ticino farà un’assemblea, con i propri rappresentanti del settore edilizia, dando la possibilità ai due candidati di presentarsi. E poi sicuramente con cognizione di causa potranno prendere posizione sui due candidati. È importante lasciare che ci sia questa discussione democratica.
Realisticamente quante chance pensa di avere di conquistare le preferenze dei delegati sindacali, il prossimo 23 giugno?
 Io sono un candidato proposto da alcune regioni combattive, adesso è difficile fare delle previsioni. Dipenderà anche molto dal fatto se il sindacato permetterà che ci sia un dibattito democratico, perché chiaramente essendo Nico Lutz candidato dalla direzione del settore edilizia parte favorito. Mi auspico ci possa realmente essere un dibattito democratico.
Ma cosa vi differenzia? 
Chiaramente io rappresento, anche per la mia esperienza, un sindacalismo che vuole mettere al centro l’aspetto democratico all’interno del sindacato. Questo significa concretamente che i contratti collettivi siano discussi e votati dai lavoratori, che i lavoratori possano avere un peso reale all’interno delle strutture sindacali, che il sindacato nell’elaborazione delle sue decisioni parta dagli interessi dei lavoratori. In questo senso l’aspetto degli accordi bilaterali con l’Unione europea è abbastanza centrale, nel senso che i risultati che oggi ci sono a causa dell’insufficienza delle misure d’accompagnamento alla libera circolazione sono sotto gli occhi di tutti. Già nel 2006 vi era stato un grosso scontro fra la regione Ticino, allora diretta da me per l’edilizia, con la direzione nazionale, perché l’accordo siglato da Pedrina prevedeva come compromesso la precarizzazione del tempo di lavoro, in cambio del contratto collettivo di lavoro, oltre all’approvazione degli accordi bilaterali. A suo tempo dissi che i lavoratori dell’edilizia erano stati sacrificati sull’altare degli accordi bilaterali… .
Come candidati abbiamo lei, che appunto proviene dall’ala più combattiva del sindacato, e Nico Lutz, ai più sconsociuto in Ticino, ma che anche lui proviene dal movimentismo, in particolare dal Gruppo per una Svizzera senza esercito. Si può affermare che, in ogni caso, il sindacato con questa nomina si sposta a sinistra rispetto al passato? 
Questa domanda è centrale: la questione non è se si è per un sindacato verbalmente combattivo, o se si è movimentisti o meno. Quello a cui assisto all’interno di Unia è un discorso per così dire verbalmente combattivo, ma poi in pratica si ha ancora difficoltà nel metterlo in atto. Credo che il problema oggi sia che il sindacato deve tornare a fare il sindacato, e non deve essere né una sorta di partito, né una sorta di Greenpeace dei lavoratori. C’è una differenza sostanziale… . Io faccio parte di coloro che vogliono mettere i lavoratori al centro del sindacato, come è stato il caso ad esempio nel caso dell’esperienza delle Officine FFS di Bellinzona. Il sindacato deve essere un’organizzazione che parte realmente dalla difesa degli interessi dei lavoratori, cercando di dar loro degli strumenti di partecipazione. In questa visione il sindacato deve essere anche un embrione di un nuovo tipo di società. Sono vent’anni che il sindacato dice di voler essere combattivo, il problema è riuscire a farlo concretamente. Il fatto che il sindacato viri a sinistra o meno non è la discussione giusta, la discussione giusta è sapere quale tipo di sindacato vogliamo.
Negli ultimi anni vi è stato un importante fermento nel settore edile. Dal vostro punto di vista vi è il rischio di uno scoppio della bolla immobiliare, con tutto quello che ciò comporta per i lavoratori. Insomma, negli ultimi anni si è costruito troppo?
 Gli esempi come la Spagna e gli Stati Uniti ci mostrano che gli anni a venire saranno molto difficili, con una situazione molto simile per difficoltà a quella degli anni ’30. Penso sia abbastanza probabile che si vada verso un’esplosione di questa bolla. Proprio per questo il sindacato deve riuscire a portare avanti un discorso di investimenti nelle infrastrutture e nella riconversione ecologica, combinando sviluppo economico con il discorso ambientale. Bisognerà riuscire a fare delle proposte concrete – e anche qua abbiamo un ritardo – su cui mobilitare i lavoratori e i cittadini.
Oggi giorno il contesto dell’edilizia è sempre più frammentato. Una volta c’erano le grosse imprese, e questo rendeva più facile il lavoro di un sindacato rispetto alla situazione attuale, con i subappalti e tutte le aziendine. Oggi è tutto più difficile?
 Sì, è tutto più difficile, tenuto conto che vi è effettivamente una spinta verso l’esternalizzazione e i subappalti nel settore dell’edilizia, senza dimenticare il fenomeno dei “falsi indipendenti”. È molto difficile, ed è la conseguenza degli accordi bilaterali che non hanno tutelato a sufficienza i lavoratori. Però l’aspetto positivo, che è un atout rispetto ad altri settori, è il fatto che nell’edilizia vi è un contratto collettivo d’obbligatorietà generale. Questo significa che è valido per qualsiasi persona prenda in mano una pala in Svizzera, anche le aziende estere, subappaltanti, eccetera. E poi questo contratto dell’edilizia prevede delle forme di controllo, le commissioni paritetiche, che possono avere un ruolo importante. Ma tutto ciò non è sufficiente, serve la presenza del sindacato sui posti di lavoro. E qui si inserisce l’iniziativa annunciata lo scorso autunno contro il dumping salariale, che si integra in questa rete di protezione per i lavoratori, perché prevede l’annuncio di tutti i contratti di lavoro all’ispettorato del lavoro, permettendo un’analisi e una verifica dei contratti, e la creazione di delegati (tutelati) sui posti di lavoro. Infine credo che, cosa che attualmente non si fa, il sindacato debba riuscire a dare una risposta europea al problema della crisi economica e alla deregolamentazione del mercato del lavoro. Quello che manca ancora è che il sindacato riesca a mobilitare i lavoratori con una reale prospettiva a livello europeo. Così come nella seconda metà dell’Ottocento era stata forte la spinta del sindacato per la creazione di contratti nazionali, oggi dobbiamo rivendicare dei contratti collettivi a livello europeo. Allora si era trattato di rivendicare un contratto collettivo che valesse per la Calabria e per il Piemonte, e non è molto diverso che chiedere oggi un contratto collettivo che valga per la Svizzera, l’Italia, e la Germania.