21-28 marzo: settimana contro il razzismo

di Dario e Leonardo


Sta volgendo al termine, nei cantoni latini, la settimana contro il razzismo iniziata lo scorso 21 marzo ed è tempo per un bilancio a caldo.
L’iniziativa, il cui inizio ha coinciso con lo svolgersi della tragedia causata per l’appunto dal razzismo avvenuta in Francia, intende prevenire la discriminazione e promuovere la diversità, ed è intitolata: "La diversità, un valore svizzero?".
Giornali, radio e televisioni non stanno mancando all’appello, dando risalto al tema e condannando giustamente tutti gli atti contro il diverso che, con l’aggravarsi della crisi economica, rischiano di prendere sempre più piede, anche alle nostre latitudini. Senza  dubbio, visto il contesto, non mancherà la solidarietà da parte di molte persone a tutte le attività e le manifestazioni che saranno organizzate. Non mancano infatti nella popolazione ampi settori che intendono contrastare il razzismo e le discriminazioni, in tutte le loro sfaccettature.  
Anche noi salutiamo tutte queste iniziative, sicuramente interessanti e degne di essere promosse e sostenute anche nel resto dell’anno. Pensiamo infatti che su questi temi sia necessaria una maggior vigilanza e continuità, in modo da raggiungere la maggior parte della popolazione e non solo quelle aree già tradizionalmente sensibili al problema.

Noi pensiamo però anche che, per far sì che queste iniziative non rimangano isolate e fine a sé stesse, ma abbiano anche un’efficacia reale, sia necessaria un’analisi seria delle ragioni non solo culturali e sociologiche del fenomeno, ma anche economiche e sociali di razzismo e discriminazione.
Le (non) risposte che il governo svizzero sta dando alla crisi, con le loro conseguenze sociali ed economiche che toccano la maggioranza dei giovani e dei salariati, rispecchiano bene le caratteristiche “tradizionali” di questo paese, che lo rendono celebre ai vertici delle classifiche sulla competitività economica, redatte annualmente dal WEF (World Economic Forum).
Questo primato, dovuto a un sostanziale continuo peggioramento delle condizioni di lavoro, salario e prestazioni sociali fornite dallo Stato, che fa la fortuna di una minoranza della popolazione, è un elemento centrale per comprendere le conseguenze che ne derivano per il resto della popolazione, soprattutto collegandole al tema del “razzismo”.
La continua flessibilizzazione  e precarizzazione del lavoro, la diminuzione dei salari, l’aumento del tempo di lavoro, a volte persino introducendo ore di lavoro da svolgere in modo apertamente gratuito, sono alcuni aspetti che contraddistinguono questo paese. Queste condizioni hanno inevitabilmente un impatto su tutti coloro che lavorano, a prescindere dalla nazionalità di ognuno. 
In questa difficile situazione di crisi e in assenza di una risposta sindacale degna di questo nome, aumentano i timori di perdere il posto di lavoro, il senso di solitudine e soprattutto l’incertezza per il futuro tra i lavoratori. La concorrenza sempre più intensa tra salariati e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita, stimolano la ricerca di legami di solidarietà, che il padronato (e gli stessi promotori di questa settimana contro il razzismo), si guardano bene dal permettere che diventi di classe. E allora si alimentano schemi come “svizzeri contro stranieri”, “residenti contro frontalieri” o chi più ne ha, più ne metta.
Una delle “regole d’oro” del padronato svizzero è quella di poter attingere a un bacino di manodopera precaria proveniente da un alto numero di paesi e con statuti e permessi di soggiorno diversi, in modo che  siano maggiormente ricattabili e che solidarizzino tra loro il meno possibile.  Tutto questo per creare una spinta concorrenziale al ribasso delle condizioni di lavoro di tutti, svizzeri compresi.
Il concetto svizzero di “integrazione” è legato esclusivamente ai bisogni del mercato del lavoro. Uno straniero è integrato se accetta il livello di subordinazione a cui la divisione internazionale del lavoro lo assegna. Quante volte abbiamo sentito gli esponenti borghesi o chi ne fa propria la vulgata fare affermazioni del tipo: “Se non gli va bene, possono tornare al loro paese”? Un fatto questo, che dovrebbe far riflettere tutti coloro che intendono perseguire la lotta contro il razzismo, per una società più “solidale” e “rispettosa”.
La realtà lavorativa degli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti, con le politiche di precarizzazione e di liberalizzazione del mercato del lavoro, che continuano ad approfondirsi. Questa situazione, se non fa nascere automaticamente sentimenti di razzismo e xenofobia tra la gente che lavora e vive in questo paese, contribuisce sicuramente a instaurare una maggiore divisione e diffidenza tra i lavoratori.
Noi pensiamo che la lotta al razzismo passi necessariamente attraverso la lotta di classe. La lotta tra chi deve vendere la propria forza lavoro, arrabattandosi per arrivare a far quadrare i conti a fine mese, e chi detiene la proprietà dei grandi mezzi di produzione e può decidere della vita e della morte lavorativa e sociale di milioni di salariati, in Svizzera e nel mondo, mettendoli in una disperata concorrenza che va a tutto vantaggio del capitale e dei suoi azionisti.
Fin tanto che ciò non accada, qualsiasi discorso sulla diversità, le culture e la solidarietà tra i popoli, risulterà, se non inutile, marginale e suonerà, nella migliore delle ipotesi, come puro moralismo “politically correct”.