Processiamo il capitalismo



29 febbraio 2012

Un processo comincia…

Il 5 marzo, data in cui è slittata la prima udienza, partirà il processo alla British Petroleum, BP, per disastro ambientale. Il 21 aprile 2010, sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, situata nel Golfo del Messico si è verificata un’esplosione a cui è seguito un violentissimo incendio. 11 operai sono morti e 17 sono rimasti feriti. Per settimane da una falla sono fuoriusciti milioni di litri di petrolio in mare.
Gran parte di quelli che non è bruciata nell’incendio, si è arenata sulle coste degli Stati Uniti o è affondata, formando bacini subacquei di greggio. I danni ambientali sono enormi, incalcolabili.
Decine di migliaia di animali e piante sono morte soffocate dalla marea nera. Immensi tratti di mare e chilometri di coste sono diventati inospitali alla vita, devastando interi biotopi.
Decine di migliaia di pescatori con le loro famiglie hanno subito e continuano a subire un danno economico, sociale e alla salute incalcolabile. Intere comunità sono state snaturate a causa della perdita di migliaia di posti di lavoro, con le conseguenze sociali che si possono immaginare. Sul lungo periodo si pensa che il disastro avrà anche pesanti ricadute sulla salute delle persone. Infatti, l’accumulo degli idrocarburi nella catena alimentare, oltre che a mettere in pericolo numerose specie animali, è causa dell’aumento dell’incidenza di cancri, aborti spontanei, nascite premature o di bambini sottopeso.
A fronte di tutto questo, i 52 miliardi di pena massima ipotizzabile al momento a carico della BP, appaiono comunque una cifra irrisoria. I danni e le sofferenze causati sono infatti incalcolabili.

… un altro si conclude

L’inizio del processo a BP arriva in un periodo già marcato da un avvenimento storico, la sentenza del processo Eternit di Casale Monferrato. Questa ha finalmente riconosciuto che l’azienda e i suoi dirigenti sapevano dei rischi legati alle fibre d’amianto. Rischi a cui erano esposti non solo gli operai che vi lavoravano, ma anche le comunità che vivevano e vivono nelle zone in cui si trovavano i siti produttivi e in cui si lavoravano le fibre d’amianto senza la minima protezione. Si calcola che l’incidenza di cancri per gli abitanti delle zone in cui sorgevano le fabbriche e per chi vi ha lavorato, peserà ancora per almeno 50 anni. Stephan Schmidheiny, fratello Thomas alla testa di Holcim, e il barone belga Louis Cartier De Marchienne, sono stati condannati a 16 anni di carcere e a un risarcimento milionario alle vittime dell’amianto.
Una vittoria storica, dovuta in gran parte alla tenacia dei movimenti che hanno lottato per far sì che l’azienda fosse ritenuta responsabile delle terribili sofferenze che ha causato. Una vittoria tutt’altro che scontata. I collettivi francesi, che stanno tentando di seguire un percorso simile, stanno infatti incontrando la resistenza di chi dovrebbe incriminare l’azienda in Francia. La giustizia e le leggi sono pur sempre emanazione dello stato borghese…

Una ricorrenza che continua a pesare

In questo periodo cade anche una tragica ricorrenza: l’11 marzo dello scorso anno, un terremoto seguito da un maremoto, hanno danneggiato gravemente la centrale nucleare di Fukushima. Esattamente come accaduto per lo sversamento di petrolio da parte di BP e per l’amianto. Nonostante le immediate richieste di chiarimenti e le preoccupazioni di ambientalisti e abitanti della zona, la dirigenza della Tepco, l’azienda incaricata di gestire la centrale nucleare in Giappone, con la complicità del governo, ha minimizzato la portata del disastro fino a negare l’evidenza. Le conseguenze durature di un tale scellerato comportamento, come avvenuto per la questione dell’amianto e come avverrà per il disastro petrolifero del Golfo del Messico, si vedranno nei prossimi anni.
Anche in Giappone, prima o poi, si dovranno accertare le cause e le responsabilità reali di un disastro nucleare grave almeno quanto quello di Chernobyl. E qualcuno sarà chiamato a rispondere delle sue negligenze e della mancanza di scrupoli a esporre migliaia di persone a un rischio simile.

Processare gli eccessi del capitalismo?

Queste tre vicende, lontane per luoghi e tempi, hanno alcuni tratti in comune: una spregiudicata negligenza delle norme di sicurezza a protezione dei lavoratori degli impianti, ma anche di migliaia di abitanti delle zone limitrofe, la portata globale dei danni cagionati e la durevolezza nel tempo.
Certo, le vicende della piattaforma petrolifera BP e della centrale nucleare di Fukushima, sembrano vicende legate a incidenti, mentre la vicenda di Eternit, pertiene a una gestione corrente degli affari. Ma la questione rimane sempre la stessa: i capitalisti quanto sono disposti a rischiare e a sacrificare sull’altare del profitto? Queste vicende costituiscono dei casi isolati? Basta processare i colpevoli di aver violato qualche legge o di aver commesso qualche negligenza in ambito di sicurezza?

Processiamo il capitalismo!

Il capitalismo ha come unico fine legittimo e riconosciuto la massimizzazione del profitto, costi quel che costi. La necessità di avere a disposizione un bacino inesauribile di manodopera a livello globale, non implica la necessità di preservare l’esistenza di singoli individui delle classi subalterne, né di intere comunità. Ogni posto di lavoro è standardizzato, in modo da rendere ogni lavoratore sostituibile con un altro.
L’organizzazione del lavoro è verticale e la proprietà privata è considerata un tabù. Questo impedisce ogni tipo di partecipazione che metta in dubbio le decisioni che i vertici prendono tenendo conto di un solo scopo: la redditività del capitale. I governi, con le loro leggi, sono lì a garantire che tutto questo avvenga senza troppi intoppi.
In contabilità, i salari e le spese per la sicurezza, sono considerati costi e come tali un limite al profitto. Per massimizzare quest’ultimo, sono tra le prime voci che vengono compresse senza troppi scrupoli, come se si trattasse di “misure tecniche”. Come se dietro non ci fossero esseri umani con le loro famiglie e comunità che hanno bisogno di condizioni di lavoro e di vita degne. Allora cosa importa se qualche operaio e la sua famiglia si ammalano o muoiono a causa della gestione corrente (sempre al risparmio) delle imprese o di qualche incidente dovuto alla speculazione come strumento normale per la massimizzazione del profitto attraverso la compressione dei costi?
La ricerca sfrenata di sempre nuovi settori da sfruttare economicamente porta necessariamente con sé il produttivismo. Si produce unicamente in nome del profitto e della crescita economica, della produzione di merci all’unico scopo di vendere, senza tenere conto delle reali necessità della popolazione. Si tende a esaurire le risorse naturali e umane d’intere aree del pianeta, per poi trasferirsi in altri settori e luoghi quando questi sono esauriti, in un’ottica del breve periodo, che lascia i costi del lungo periodo da pagare alle comunità locali depredate.
Il sempre maggiore consumo di energia a tale scopo e la sempre maggiore scarsità di fonti energetiche non rinnovabili, spinge i colossi multinazionali a cimentarsi in imprese sempre più rischiose, come la costruzione d’impianti in zone ad alto rischio. La necessità di sempre più energia, per produrre cose sempre più inutili all’umanità, crea i presupposti per un uso sempre maggiore di fonti altamente pericolose per l’ambiente, come il nucleare o il carbone.
Battersi perché questi colossi rispondano penalmente dei crimini che commettono quotidianamente, significa anche battersi perché s’introducano elementi di controllo collettivo sul loro operato. Ma punire a posteriori è una ben magra consolazione: ciò che serve al più presto per limitare i danni al pianeta e a noi stessi, è il controllo e la pianificazione democratica della produzione in base alle esigenze e ai bisogni reali della popolazione di tutto il mondo, nel rispetto dell’ambiente.