Ciclo di formazione sulla crisi organizzato dai giovani MPS


Che cos'è una crisi economica nell'attuale sistema capitalista?
Cosa significano espressioni ormai ricorrenti come "crisi del debito"?
Qual è la differenza con le crisi precedenti?
Quali sono i suoi effetti e le sue implicazioni sociali, politiche e ambientali?



I giovani MPS organizzano una serie di incontri di discussione/ formazione per cercare di capire e dare qualche prima risposta a queste domande. Invitano tutte le persone interessate a parteciparvi.
Il primo appuntamento è fissato per

Sabato 10 marzo alle ore 17.00 presso la sede MPS a Bellinzona (viale portone 11)




A quattro anni di distanza dallo scoppio della crisi il bilancio è disastroso. L'indebitamento privato delle famiglie statunitensi insolventi si è tramutato in un indebitamento del settore bancario e, in seguito al salvataggio del settore finanziario da parte degli stati, in debito pubblico, investendo tutto il continente europeo. La cifra di fondi pubblici trasferiti alle banche è enorme e quasi impossibile da quantificare. Un rapporto del Fondo monetario internazionale (FMI) dello scorso settembre stima questa cifra per la zona euro a più di 200 miliardi di euro. Questi soldi  sono il risultato di una crescente “spesa pubblica” a favore del sistema finanziario basata sul seguente meccanismo: la Banca centrale europea (BCE) concede prestiti a basso costo alle banche secondarie (lo scorso dicembre la BCE ha fissato il tasso d'interesse primario all'1% prolungando la scadenza dei prestiti da 3 mesi a tre anni!) che a loro volta, per finanziare gli Stati, acquistano titoli sul debito pubblico a tassi di interesse ben più elevati, in media dal 3% al 7% con punte del 14% se pensiamo ai titoli greci. Questo meccanismo, accanto alla regola del pareggio di bilancio introdotta nell'ultimo summit europeo del 30 gennaio 2012, ha caratterizzato la cosiddetta politica di rilancio della zona europea sino ai giorni nostri. Una politica che, sotto l'imperativo categorico “onora il debito”, ha come obiettivo quello di garantire il pagamento degli interessi sul debito pubblico per continuare a garantire ingenti profitti ai padroni del debito, le grandi banche e i grandi investitori istituzionali.

Il costo sociale della crisi, ovvero l'austerità!

La risposta fornita a questa crisi dalla classe dominante è chiara: farla pagare a chi non ne ha colpa, ovvero alla stragrande maggioranza della popolazione salariata. Si moltiplicano gli appelli al “sacrificio collettivo” per risanare le casse dello stato prosciugate da decenni di politiche economiche espansive in favore del grande capitale e dei grandi patrimonio e ulteriormente indebolite dal recente salvataggio del settore finanziario. In un’intervista rilasciata al quotidiano friburghese La Libérté, il capo economista di UBS (grande banca svizzera salvata nell'ottobre 2008 con più di 60 miliardi di soldi pubblici) Andrea Hoefert sottolinea la necessità di una “terapia choc per la zona europea”. Una terapia “volta a contenere l'impennata dei tassi di interesse statali sul debito”. Tradotto: i salariati e le salariate dei paesi europei devono stringere la cinghia per poter permettere il rimborso del debito pubblico. Siccome i fondi statali per rimborsare il debito devono per forza provenire dai flussi di ricchezza reali ecco che i piani di austerità di moltiplicano in tutti gli stati europei: tagli fino al 20% dei salari dei lavoratori e delle lavoratrici dell'amministrazione pubblica come pure licenziamenti di massa nel settore privato, tagli alle pensioni, aumenti importanti dell'IVA (un'imposta iniqua perché penalizza soprattutto le famiglie a basso reddito), risparmi nelle assicurazioni sociali, un'ondata di privatizzazioni senza precedenti, ecc.

L'analisi della crisi: comprendere per agire

Numerosi economisti e politici hanno speso pagine e parole per cercare di spiegare l'origine e le cause dell'attuale crisi economica. Inizialmente le spiegazioni date dalla maggior parte degli addetti al mestiere, sia di “destra” che di “sinistra”, sono da ascrivere alla cupidigia dei banchieri, all'immoralità del settore finanziario che, da quarant'anni a questa parte, è divenuto sempre più una terra di predatori. Secondo l'élite economica una riforma del sistema bancario, abolendo le pratiche considerate troppo “spinte”, permetterebbe di ridare fiducia (sic!) al mercato e di rilanciare di nuovo la macchina del capitalismo. C'è anche chi si spinge più in là, arrivando addirittura a formulare timide proposte di regolamentazione del mercato per giungere a quello che già negli anni trenta Keynes definiva un “capitalismo saggiamente governato".

Noi crediamo invece che si possa parlare di una vera crisi dell’intero sistema capitalista. Le origini della crisi non vanno dunque ricercate né nella morale o in una pratica individuale malsana di un branco di banchieri scellerati né in un sistema finanziario inteso a se stante. Bisogna innanzitutto fare chiarezza attorno alla parola “crisi”, tanto usata  quanto abusata e misconosciuta. Capire che l'esistenza degli speculatori è determinata dall'esistenza di un capitale speculativo che trae la sua origine dal sistema economico stesso e che risponde a precise esigenze di accumulazione del capitale. La storia ci insegna che le crisi economiche nel sistema capitalistico sono la regola poiché ne rappresentano un tratto fisiologico. Anche l'attuale crisi ha origini lontane e strutturali ed è specifica al sistema capitalista, un sistema economico che, tra le altre cose, tende a mercificare qualsiasi cosa.