Rivoluzione egiziana, atto II*

Alain Gresh
Mercoledì 23 novembre 2011

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Le previsioni più pessimiste erano diventate moneta corrente. Dopo la primavera arrivava l’autunno arabo, la controrivoluzione era in marcia, e, per alcuni, la rivoluzione non aveva neppure avuto luogo. Questo sentimento era senza dubbio rafforzato dal fatto che i rovesciamenti dei regimi tunisino ed egiziano erano avvenuti con un’apparente facilità, creando l’illusione che trasformazioni sarebbero facili. Dal momento in cui il processo aveva rallentato, i presagi annunciavano che la rivoluzione aveva perso. Tuttavia, tutta la storia delle rivoluzioni, dalla rivoluzione inglese alla rivoluzione francese, dalla rivoluzione bolscevica alla rivoluzione algerina, prova che le trasformazioni hanno necessitano tempo, energia, spesso confronti violenti. Raramente le classi dominanti cedono senza combattere. Ma, se la controrivoluzione è una realtà, niente indica che debba necessariamente vincere.
La caduta del presidente Hosni Mubarak non era stata che una prima tappa, seguita dalla nomina di un nuovo governo, poi dall’arresto del presidente e dei membri della sua famiglia e dall’inizio del loro processo, che il consiglio supremo delle forze armate (CSFA) non voleva. Altre misure erano state imposte dalla strada, in particolare lo scioglimento del Partito nazionale democratico (PND, il partito di Mubarak), poi la nomina di una direzione provvisoria al sindacato ufficiale.
Ma, ovunque, i responsabili del vecchio regime lottavano a palmo a palmo per mantenere i loro privilegi. L’esempio più lampante era quello dei media di Stato, stampa ufficiale e televisione. Malgrado qualche piccolo cambiamento, questi media diffondevano il punto di vista del CSFA, non esitando a usare la menzogna e la calunnia, come al tempo del vecchio presidente. In ogni impresa, in ogni università, in ogni amministrazione, erano mantenuti anche dei “piccoli Mubarak” che avevano partecipato alle malversazioni del vecchio regime. E ovunque scioperi e lotte si moltiplicavano per ottenere al contempo il cambio di direzione e un miglioramento delle condizioni di vita dei salariati.  Tanto più che le mobilitazioni operaie avevano preparato l’attuale rivoluzione (si legga Raphaël Kempf, “Racines ouvrières du soulèvement égyptien”, Le Monde diplomatique, marzo 2011).
Parallelamente, le elezioni in vari sindacati professionali portavano profondi cambiamenti in organizzazioni che hanno un reale peso nella società. Anzitutto il sindacato dei medici: i Fratelli musulmani, pur conservando la maggioranza a livello nazionale, perdevano il controllo della maggioranza delle sezioni regionali. Vincevano le elezioni del sindacato degli insegnanti (non ho potuto ottenere i risultati esatti), ma perdevano anche la presidenza del sindacato dei giornalisti, e soprattutto quella del potente sindacato degli avvocati. Più che i rovesci (talvolta relativi) dei Fratelli, era la forte partecipazione a tutti questi scrutini a indicare la volontà degli aderenti a queste organizzazioni di giocare un ruolo combattivo.
Questa attività, come gli scioperi e le mobilitazioni locali contro la corruzione o contro dirigenti del vecchio regime ancora in funzione non erano spettacolari, ed erano in parte dissimulati dal gioco degli apparati politici, le interminabili discussioni tra i partiti e le forze armate sul calendario elettorale, il futuro contenuto della Costituzione, ecc.
Più di ogni altra cosa, quello che perderà il CSFA – che disponeva, almeno all’inizio di una certa credibilità –, è il mantenimento della sua politica repressiva verso tutti gli oppositori e, più in generale, dell’insieme della popolazione: stessi arresti arbitrari, maltrattamenti, torture…; uso dei tribunali militari per giudicare civili, rifiuto di indagare sui casi di tortura e di morte nelle prigioni. Il persistere di queste pratiche ha screditato l’esercito non solo verso la gioventù intellettuale mobilitata dal 25 gennaio, ma allo stesso modo in tutti gli strati popolari. La partecipazione attiva agli scontri degli ultras, questi gruppi di supporters delle squadre di calcio, il cui odio per le forze dell’ordine non è diverso dall’odio della gioventù delle banlieue francesi per le brigate anticriminalità (BAC), testimonia dell’esasperazione generale di fronte all’autoritarismo, e (si legga Claire Talon, “Egypte: génération ultra”, LeMonde.fr, 17 ottobre 2011).Il caso del blogger Alaa Abdel Fattah, arrestato per motivi assurdi, ha smosso l’opinione quanto la lettera che ha spedito dalla prigione, che ha messo in luce le condizioni di detenzione dei suoi compagni di cella e la  situazione di decine di migliaia di giovani, spesso provenienti dagli ambienti popolari e che non dispongono di contatti per essere protetti. L’arbitrio e la violenza inaudita di ogni repressione – contro la manifestazione dei copti, in ottobre, come contro i manifestanti di Tahrir, venerdì 18 novembre ei giorni successivi — sono stati l’elemento essenziale dell’estensione delle manifestazioni. Ricordiamoci che la parola d’ordine di “dignità” (karama) è stata il cemento di tutti gli strati della società, in Egitto come nel resto del mondo arabo.
D’altra parte, l’adozione di un documento “sovra-costituzionale”, mirante a fissare limiti stretti al futuro Parlamento incaricato di scrivere la Costituzione, ha sollevato numerose opposizioni, in particolare quella dei Fratelli mussulmani che ci vedevano uno strumento per scartare ogni reale esercizio del potere. In effetti, questo testo dava all’esercito la possibilità di rifiutare qualsiasi decisione del futuro Parlamento, persino di scioglierlo.  Era il “modello turco” – ma non l’attuale: quello di trent’anni fa, quando l’esercito “vegliava” sul potere civile… un diritto che gli è stato rimosso dalle riforme degli ultimi dieci anni.
Il CSFA spingeva così i Fratelli mussulmani in un’opposizione aperta e questi chiamavano, con altre forze, a una manifestazione di un milione di persone venerdì 18 novembre: per la prima volta dalla primavera del 2011, i Fratelli scendevano nella strada. L’ampiezza della manifestazione e la sua repressione violenta hanno scatenato gli attuali avvenimenti – e una nuova mobilitazione che ha largamente superato il quadro del Cairo e di Alessandria. Il rifiuto dei Fratelli mussulmani di partecipare alle nuove mobilitazioni - nonostante la loro chiara denuncia della repressione –, confermano che fanno fatica ad adattarsi alla nuova situazione del dopo-Mubarak, cosa che non fa che creare divisioni tra di loro (Hany El Waziry e Ghada Sherief, “Discord within Brotherhood for not participating in demo, Al-Masry Al-Youm in English, 22 novembre). È vero che il loro obiettivo a corto termine è la tenuta delle elezioni il 28 novembre, che garantiranno loro un elevato numero di deputati.
È ancora difficile sapere come si svilupperà questa tappa (si legga Isandr El Amrani, “Tahrir: What next?, The Arabist, 22 novembre). Di sicuro c’è che gli egiziani non cercano, come afferma in modo sprezzante l’editoriale del Figaro del 23 novembre, il loro”nuovo faraone”. Il CSFA la sera del 22 ha fatto qualche concessione: dimissioni del governo, promessa che l’elezione presidenziale avrà luogo prima della fine del 2012 e che il potere passerà allora ai civili, apertura d’inchieste sulla repressione. Ma sembra che sia troppo tardi… Le manifestazioni si susseguono, la mobilitazione si estende – si è così visto, fatto senza precedenti, 250 diplomatici in carica chiedere il ritorno del potere ai civili. La rivoluzione continua.
http://www.arabist.net/blog/2011/11/22/tahrir-what-next.html


*Articolo tratto dal blog di Le Monde Diplomatique (http://blog.mondediplo.net/2011-11-23-Revolution-egyptienne-acte-II) La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Rivoluzione!