Farla finita (davvero) con l’era Pinochet



Proponiamo un articolo pubblicato il 29 agosto 2011 sul sito A l'encontre e tradotto dalla redazione di Rivoluzione! che spiega bene il contesto all'interno del quale nasce la lotta degli studenti e dei lavoratori che ha scosso il Cile in questi ultimi mesi.
Nonostante il racconto si fermi a prima dei due giorni di sciopero generale del 24 e 25 di agosto, rimane molto utile e attuale per capire le dinamiche in corso.

di Victor de la Fuente*
Centinaia di migliaia di persone nelle strade delle grandi città del paese [1] e questo da più di un mese; un sindaco, quello di Santiago, che suggerisce di fare appello all’esercito per evitare che la commemorazione dell’11 settembre 1973 (data del colpo di Stato contro il presidente Salvador Allende) non sia oggetto di straripamenti: il Cile vive un periodo inedito.
Mai, dalla fine della dittatura, nel 1990, il paese aveva conosciuto mobilitazioni così importanti. Mai, dal 1956, un governo democratico aveva fatto fronte a una simile contestazione popolare. All’origine di questo movimento, gli studenti hanno messo il governo del Sig. Sebastián Piñera (destra) in una posizione delicata: la sua quota di popolarità – 26% - fa già di lui il presidente meno popolare dal ritorno della democrazia.
Questa lunga striscia di terra lungo l’oceano Pacifico era tuttavia l’ultimo paese della regione in cui ci si sarebbe attesi una tale effervescenza. Il “giaguaro” latinoamericano, “modello tipicamente liberale”[2] non suscitava l’ammirazione degli editorialisti in voga? La stabilità politica vi era assicurata,, spiegavano, perché “la realtà aveva finito per erodere i miti e le utopie della sinistra, ponendola (…)sul terreno della realtà, placando i suoi passati furori e rendendola ragionevole e vegetariana [sic]” [3]. Il 28 aprile, tuttavia, gli studenti cileni hanno mostrato i denti. E non i molari.
Quel giorno, gli studenti degli istituti pubblici e privati denunciano il livello d’indebitamento che implica l’accesso all’educazione superiore. In un paese in cui il salario minimo si attesta sui 182'000 pesos (meno di 300 euro) e il salario medio sui 512'000 pesos (meno di 800 euro), i giovani (e le loro famiglie) sborsano tra 170'000 e 400'000 pesos (tra 250 e 600 euro) al mese per seguire un corso universitario. Di conseguenza, il 70% degli studenti s’indebitano, e il 65% dei più poveri interrompe i propri studi per ragioni finanziarie. [4]
Riunendo 8'000 persone, questa prima manifestazione non sembra, a priori, avere qualsivoglia avvenire. Va tuttavia a gonfiare un po’ di più il fiume di protesta sociale, già nutrito da diverse mobilitazioni attraverso il paese, in favore: di una migliore redistribuzione dei profitti legati all’estrazione del rame a Calama [con le sue miniere a cielo aperto], del mantenimento del prezzo del gas a Magallanes [verso l’antartico cileno], dell’indennizzo delle vittime del terremoto del gennaio 2010 sulla costa, del rispetto degli indiani Mapuche nel sud [5] o ancora della diversità sessuale a Santiago. Nel mese di marzo 2011, anche il progetto HidroAysién [in Patagonia], aveva contribuito a unire un po’ di più i cileni – contro di lui. 
Pilotato dalla multinazionale italiana Enel-Endesa associata al gruppo cileno Colbún, e sostenuto dal governo, dai partiti di destra e da alcuni dirigenti della Concertación [6] (centro-sinistra), questo progetto di costruzione di cinque immense dighe in Patagonia era stato approvato senza la benché minima consultazione cittadina. Di fronte all’ampiezza della mobilitazione (più di trentamila persone attraverso il paese), il governo si trova in una situazione complicata.
In giugno, la mobilitazione studentesca raggiunge la sua velocità da crociera: il 16 giugno si produce la prima manifestazione di 200'000 persone – la più grande dal periodo della dittatura. Organizzando scioperi massicci e bloccando licei, i manifestanti denunciano la “mercificazione dell’educazione” ed esigono “un insegnamento gratuito e di qualità”: una rivendicazione che rimette in discussione le fondamenta stesse del “modello cileno”, ereditato dalla dittatura [si veda il riquadro: Un’eredità ingombrante]. Nelle strade, gli studenti non sbagliano a scandire “Cadrà, cadrà, l’educazione di Pinochet!”, riferendosi agli slogan sentiti durante le manifestazioni contro la dittatura, più di vent’anni fa (“Cadrà, cadrà, la dittatura di Pinochet”).   
Perché se  il Cile di Pinochet ha costituito un « laboratorio » per le politiche neoliberali, ciò vale anche nell’ambito dell’educazione. Il sogno che l’economista monetarista Milton Friedman formulò nel 1984, a cui i generali hanno lavorato dalla loro presa del potere.
Rare nel 1973, le scuole private accolgono ormai il 60% degli allievi nelle primarie e nelle secondarie. Meno del 25% del sistema educativo è finanziato dallo Stato, i budget delle sedi dipendono, in media, per il 75% alle tasse d’iscrizione. Inoltre, lo Stato cileno consacra appena il 4,4% del prodotto interno lordo (PIL) all’insegnamento, molto meno del 7% raccomandato dall’Unesco. Nell’ambito dell’università – caso unico in America latina –, non esiste nel paese alcuna sede pubblica gratuita. Secondo il sociologo Mario Garcés, le riforme di Pinochet – mantenute e approfondite dai diversi governi dopo la caduta della dittatura – hanno deformato la missione del sistema educativo: in origine, mirava a favorire la mobilità sociale; assicura ormai la riproduzione delle disuguaglianze. [7]
Ma – chiedono gli studenti, ai quali non sono sfuggiti i discorsi soddisfatti sullo “sviluppo” dell’economia cilena (che gli hanno aperto le porte dell’OCSE nel dicembre del 2009 – se l’educazione era gratuita quarant’anni fa, quando il paese era povero, perché dovrebbe essere a pagamento oggi, mentre il paese è diventato più ricco? Una domanda che basta per far tremare tutta una logica sottosopra, e la cui portata supera evidentemente l’ambito dell’educazione. Come le rivendicazioni studentesche: la tenuta di un’Assemblea costituente per promuovere una vera democrazia, re-nazionalizzazione del rame [8] o, ancora, la riforma fiscale; si tratta, a conti fatti, “di farla finita con l’era Pinochet”. Sospettosi di fronte a dirigenti politici che non ispirano più loro alcuna fiducia, i manifestanti esigono che il futuro del sistema educativo sia sottomesso a referendum (tuttavia proibito dalla Costituzione).
Denunciare i partiti politici non significa necessariamente promuovere una forma di politicismo compiaciuto. Gli studenti hanno occupato le sedi della catena televisiva (Chilevisión), dell’Unione democratica indipendente (UDI – il partito di derivazione pinochetista), così come quella del Partito socialista, identificati come tre simboli del potere. I discorsi apologetici di una sinistra istituzionale che si dice volentieri colpevole di aver “richiesto troppo” – facendo così scoppiare la collera, inevitabile, dei possidenti nel 1973 – o quelli che mirano a promuovere il disimpegno dello Stato, non sembrano avere presa su una generazione che non ha conosciuto il putsch. I manifestanti non esitano, inoltre, a riabilitare la figura dell’ex presidente, Salvador Allende: i suoi discorsi sull’educazione, pronunciati più di quarant’anni fa, hanno recentemente battuto i record di consultazione in internet; la sua effige appare di nuovo nelle manifestazioni, dove cartelloni proclamano che “I sogni di Allende sono a portata di mano”.
Questa chiarezza politica non ha indebolito il movimento studentesco, al contrario. Hanno ricevuto il sostegno degli universitari, degli insegnanti di secondaria, delle associazioni dei genitori di allievi, di varie organizzazioni non governative (ONG), riunite attorno all’Associazione cilena delle ONG, Accion [9], e di importanti sindacati (professori, funzionari, personale di sanità, ecc.). Molto spesso, la solidarietà è organizzata per sostenere i manifestanti che occupano uno stabilimento, sotto forma di forniture di cibo che sono portate agli “occupanti”, per esempio. Secondo i sondaggi, benché commissionati da media molto vicini al potere, gli studenti godono di un sostegno tra il 70% e l’80% della popolazione.
Dunque, perché adesso? Certo, il Cile ha già conosciuto mobilitazioni studentesche, in particolare la “rivoluzione dei pinguini” [10] nel 2006, sotto la presidenza della Signora Michelle Bachelet (centro-sinistra). Tuttavia, mai le manifestazioni hanno attirato così tanta gente: per due decenni, i governi di centro-sinistra della Concertación sono riusciti ad amministrare l’eredità della dittatura riducendo la povertà. Accentuando però le disuguaglianze: attualmente, il Cile figura tra i quindici paesi con più disuguaglianze del pianeta [11]. Poco a poco, le speranze di trasformazione legate alla caduta della dittatura sono state gelate, mentre i debiti degli studenti si accumulavano.
L’ingiustizia del sistema è probabilmente apparsa sotto una luce più chiara con l’arrivo al potere del signor Piñera, il quale si è subito assegnato la missione di rafforzare – ancora – le logiche del mercato in seno al sistema educativo. I conflitti d’interessi all’interno dell’ufficio hanno d’altronde evidenziato alcune derive: il ministro dell’educazione del Signor Piñera, il signor Joaquín Lavín, era al contempo fondatore e azionista dell’Università dello sviluppo, uno stabilimento privato. [12]  
La risposta del governo, per ora, consiste nel tentare di criminalizzare i manifestanti. La stampa non manca di sottolineare gli abusi di frazioni violente, a volte infiltrate da poliziotti in civile (come hanno dimostrato numerosi video e fotografie [13]. Il 4 agosto, stimando che di sia “… un limite a tutto”, il signor Piñera ha fatto proibire una manifestazione sul viale Alameda (scelto dagli studenti perché evocata da Allende nel suo ultimo discorso): la repressione è stata sistematica, con più di 870 denunce. Ma la violenza poliziesca non ha fatto altro che accrescere il sostegno popolare ai manifestanti. La sera stessa, i cacerolazos (manifestazioni nel corso delle quali ognuno batte su una pentola) hanno suonato attraverso il paese: l’intransigenza governativa ha trasformato la sfilata in “protesta nazionale”, termine usato per descrivere… le concentrazioni a favore della democrazia all’epoca della dittatura.
Gli studenti rimangono mobilitati. Con l’insieme dei loro sostenitori – che non si limitano più alle “classi medie” –, si congiungeranno in uno sciopero generale il 24 e 25 di agosto, nella speranza di allargare lo spiraglio aperto [si vedano sul sito www.alencontre.org i due articoli del 25 e del 26 agosto]
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Un’eredità ingombrante
Costituzione
La costituzione in vigore data del 1980: è stata approvata (grazie a una frode) sotto la dittatura. Antidemocratica, essa assicura quasi meccanicamente la metà dei seggi del Senato e della Camera dei deputati alla destra cilena, tuttavia minoritaria.
Educazione
Nel 1981, Augusto Pinochet ha riformato il sistema universitario ed eliminato l’educazione superiore gratuita. Il 10 marzo 1990, alla vigilia della sua partenza, ha promulgato la Legge organica costituzionale dell’insegnamento (LOCE), che riduceva ulteriormente il ruolo dello Stato nell’educazione e delegava nuove prerogative al settore privato.
Protezione sociale
Nel 1980, la dittatura ha privatizzato il sistema delle pensioni (decreti 3'500 e 3'501 proposti dal fratello del signor Piñera, josé). Nel 1981 sono stati creati gli Isapres, sistemi di sanità privata. Non saranno rinazionalizzati al ritorno della democrazia.
Media
Il giorno del colpo di Stato, la giunta ha pubblicato il le bando 15 (stop n° 15) che proibisce tutti i giornali salvo El Mercurio e La Tercera, all’origine dei due gruppo di stampa che controllano il settore dei media cileni oggi.
* Victor de La Fuente è Direttore dell’edizione cilena del Monde Diplomatique.
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[1] Più di duecentomila persone il 16 e 30 giugno, il 14 luglio poi, di nuovo il 9 e il 18 agosto. Le mobilitazioni sindacali del 24 e 25 agosto, cittadini e studenti sono state molto grandi. Si veda anche sulla mobilitazione del 21 agosto al parco Cousiño le blog de Patricio Paris.
[2] El regreso del idiota, Alvaro Vargas Llosa, Plinio Apuleyo Mendoza, Carlos Albero Montaner, prefazione di Mario Vargas Llosa, Random House S.A., Mexico, 2007.
[3] Si legga Franck Gaudichaud, «Au Chili, les vieilles lunes de la nouvelle droite», Le Monde diplomatique, maggio 2011.
[4] Estudio sobre las causas de la deserción universitaria. Centro de Microdatos, Departamento de Economía, Universidad de Chile.
[5] Si legga Alain Devalpo, « Mapuches, les Chiliens dont on ne parle pas », La valise diplomatique, 15 settembre 2010. – Si veda anche sul sito alencontre.org l’articolo del 5 ottobre 2010.
[6] La Concertation per la democrazia è un’alleanza del centro-sinistra, oggi composta da quattro partiti (Partito socialista [PS], Partito per la democrazia [PPD], Partito democratico-cristiano [PDC] e Partito radicale socialdemocratico [PRSD]) che ha governato per vent’anni, alla caduta della dittatura.
[7] Mario Garcés Durán, direttore dell’Organizzazione non governativa (ONG) Educazione e comunicazione (ECO). Intervista con la BBC Mondo.
[8] L’impresa di Stato d’estrazione del rame Codelco non è mai stata privatizzata, ma la dittatura ha aperto nuove concessioni a favore delle multinazionali. La Concertación ha seguito la stessa politica. Attualmente, il 70% del rame cileno è sfruttato da imprese straniere. Si veda il sito del Comitato di difesa e di riappropriazione del rame .
[9] Si veda il sito internet di Accion.
[10] Soprannome divuto al colore delle uniformi bianche e nere degli studenti dei collegi pubblici.
[11] Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (PNUS); “Rapport régional sur le développement humain pour l’Amérique latine et les Caraïbes” (pdf).
[12] Il ministro dell’educazione Joaquín Lavín è stato ringraziato in pieno conflitto, il 18 luglio il signor Piñera lo ha mantenute nel suo gabinetto. Il nuovo ministro dell’educazione si chiama Felipe Bulnes.
[13] Si veda ad esempio “Carabineros infiltrados en protestas” sul sito della rete Chilevision.