Guerre, catastrofi ambientali e crisi energetica: frutti del produttivismo!

di Leonardo Da Col, candidato al Gran Consiglio per la lista 4. MPS-PC

25 marzo 2011

In questi tempi, in cui abbiamo accesso in tempo reale alle notizie da tutto il mondo, sembra di assistere a un’accelerazione del corso degli eventi. Rivolte del pane, dovute all’aumento dei prezzi degli alimenti di base, migrazioni di massa per fuggire da guerre, catastrofi ambientali, miseria e prevaricazioni.

Questo sistema, governato dalla logica della valorizzazione del capitale attraverso la massimizzazione del profitto, appare ogni giorno più assurdo, irrazionale e mostruoso. I disastri ambientali sono sempre più devastanti, riceviamo continuamente notizie di guerre, invasioni militari per controllare le zone strategiche della produzione e del trasporto delle materie prime energetiche (petrolio, gas, uranio). Le bombe, oltre ad uccidere nell’immediato centinaia di migliaia di persone indiscriminatamente, continuano a colpire le popolazioni locali e le truppe d’occupazione con radiazioni e sostanze tossiche in esse contenute. Come dimenticare le migliaia di persone colpite dalla leucemia e altre forme di cancro dopo aver partecipato o essere state “salvate” dalle cosiddette “guerre umanitarie”?

Pochi mesi fa abbiamo assistito all’impotenza di uno dei gruppi capitalistici più potenti del mondo, BP, a fermare la distruzione del Golfo del Messico e delle coste del sud degli Stati Uniti, in seguito all’affondamento di una sua piattaforma di trivellazione situata al largo delle coste della Lousiana. In questi giorni siamo testimoni, come se quello di Chernobyl non fosse bastato, del terribile disastro di Fukushima che sta avendo e avrà, per migliaia di anni, effetti incalcolabili sulla vita del nostro pianeta. E una nube radioattiva, che gli esperti ci assicurano essere innocua, a saldo di ogni loro residua credibilità, sta sopra le nostre teste mentre scrivo queste righe.

Tutta questa devastazione, che colpisce e mette in questione la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta, ci porta a chiedere con forza: “Cosa stiamo facendo?”.

La corsa al profitto, che per definizione non ha limiti, porta con sé la folle ideologia produttivista, per cui bisogna produrre sempre e comunque, non importa cosa, per consumare e alimentare così l’attuale macchina economica, dentro la quale siamo solo ingranaggi. Poco importa che questa produzione risponda effettivamente ad un bisogno sociale, sia di una qualsivoglia utilità: l'importante è che qualcuno compri questi prodotti. Questo significa però consumare sempre più energia, perché, anche se spesso e volentieri lo dimentichiamo, in tutto ciò che possediamo è racchiusa l’energia che è servita per produrlo, imballarlo, pubblicizzarlo, portarlo nel negozio dove lo abbiamo acquistato, ecc.

Tempo fa, mentre svolgevo un sondaggio per la Confederazione, ho incontrato un camionista. Mi ha raccontato che stava trasportando patate raccolte in Lombardia, da una fabbrica che le imballa in Germania a un grossista di Milano, che le avrebbe poi rispedite, con il loro nuovo imballaggio, in tutta Europa, Germania compresa!

Tutto questo è energia e dispendio inutile di fatiche umane. Lavoro senza senso, profondamente alienante, perché non produttivo, spesso svolto in condizioni degradanti, con turni spaventosamente lunghi e paghe che, nella maggior parte dei casi, non permettono di arrivare alla fine del mese.

Di fronte a tutto questo, per convincerci ad acquistare la paccottiglia sempre più inutile presente nei negozi, il padronato non trova niente di meglio che darci più tempo per convincerci della loro utilità, allungando gli orari di apertura dei negozi e moltiplicando gli spazi per costruire nuovi centri commerciali.

Tutto questo è energia. E l’energia, come ogni altra merce, va prodotta. Ecco allora che questa folle corsa sfocia necessariamente in guerre per il controllo delle fonti e nella costruzione di nuove centrali, a carbone, a petrolio e nucleari, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Qualcuno potrà chiedersi: “e allora voi cosa proponete?”; io rispondo che se stiamo producendo cose inutili, se non dannose a noi stessi, possiamo smettere di produrle. Riduciamo piuttosto il tempo di lavoro (senza ridurre il livello dei nostri salari, che va invece aumentato) e riconquistiamo il piacere e la dignità di fare qualcosa di utile, per esempio attraverso il potenziamento del servizio pubblico (asili nido, trasporti collettivi, ecc.). È inoltre sensata, in un cantone già ammazzato dal cemento come il Ticino, la nostra proposta di una moratoria di 20 anni sulla costruzione di nuovi centri commerciali.

Chiaramente fare scelte in questa direzione, che sono di assoluto buon senso, necessiterebbe un’incursione massiccia nel potere assoluto dei grossi gruppi capitalistici. E allora? Facciamolo!