La vicenda Fiat vista dal Ticino

Il socialismo a Brand…elli

Parte decisa, a destra tutta, la campagna dei candidati social-liberali in Ticino. Interrogati da Teleticino sulla vertenza FIAT e lo scontro FIOM-Marchionne, i due candidati al Consiglio di Stato del Partito Socialista, Roberto Sandrinelli e Mario Branda hanno mostrato quale sia il loro pensiero in un momento in cui i Marchionne in Europa (ed in Svizzera, dove il nostro ha imparato come si fa…) sono sempre di più.

La prima domanda posta agli aspiranti consiglieri di stato socialisti chiedeva da che parte essi stessero: con Marchionne o con la FIOM? Il primo a rispondere con una certa sicurezza è stato Sandrinelli, il quale ha esaltato la figura dell’imprenditore moderno incarnata nella persona di Marchionne e spiegato come la moderna organizzazione aziendale passi attraverso una necessaria flessibilità dei lavoratori. Più pacata la risposta dell’ex procuratore pubblico Branda, il quale ci rifila la solita tiritera sulla responsabilità sociale dell’impresa e la mancanza di etica nel libero mercato, inconcepibile infatti un divario salariale così grande tra Marchionne e i salariati e le salariate. Un si convinto al referendum secondo Sandrinelli, un no titubante per Branda. Segue una domanda sul ruolo sindacale in un’economia globalizzata. Per entrambi i canditati i sindacati dovrebbero favorire il consolidamento della pace sociale con il padronato, unendo le forze verso il comune obiettivo dello sviluppo economico. Sembra dunque non importante il fatto che salariati/e e padronato abbiano interessi divergenti e che la maggior parte dei sindacati moderni siano diventati di fatto apparati burocratici staccati dalla realtà e dalle esigenze di lavoratori e lavoratrici. L’ultima domanda chiede invece perché oggi i temi tradizionali della sinistra storica, lavoro e lotta di classe, creino una spaccatura all’interno delle forze politiche riferite alla “sinistra”. Nonostante l’accettazione di tale referendum significhi un peggioramento generale delle già dure condizioni di lavoro nella fabbrica, Sandrinelli risponde ponendo l’accento sulla centralità del lavoro come principale fattore di integrazione sociale mentre Branda sembra stigmatizzare il concetto di lotta di classe come punto di partenza nell’analisi dei fatti economici e politici dell’attualità.

Le considerazioni dei due candidati socialisti illustrano molto bene l’orientamento dei partiti socialisti europei degli ultimi vent’anni, compreso quello svizzero. Il fallimento storico della tradizionale socialdemocrazia, che pur manteneva un carattere di classe in difesa dei lavoratori e delle lavoratrici e si contrapponeva al sistema economico capitalista, ha portato ad una disfatta dei valori socialisti tradizionali, abbandonando anche l’idea che esistano delle classi sociali che lottano. Così i due candidati che, direbbero gli osservatori, rappresentano gli “estremi” (si fa per dire) delle posizioni social-liberali, offrono due “alternative” entrambe fallimentari per i salariati. Da un lato quella di cedere completamente alle esigenze del capitalismo globalizzato, piegandosi alle esigenze delle imprese, rinunciando a diritti salariali, sociali e democratici. È la cura Marchionne che tanto piace a Sandrinelli. Dall’altro ingolfarsi in una logica neo-corporativa, alla ricerca di una impossibile concentrazione sociale, nel tentativo di “scambiare” il cedimento alle esigenze padronali con l’ottenimento di qualche contropartita che, alla fine, si rivelerà essere un pugno di mosche. È questa la via tradizionale della concertazione che ha mostrato tutti i suoi limiti in Europa, laddove il movimento sindacale ha ancora una certa forza e laddove il movimento sindacale conta poco sugli equilibri politici come è il nostro caso. La “destra” e la “sinistra” del PS, come si vede, offrono una prospettiva di accettazione delle esigenze del capitalismo: uno senza condizioni, l’altro con condizioni. Intanto si aspetta (e l’attesta temiamo sarà lunga se non…eterna) che dicano “qualcosa di sinistra”.