Bilancio di un anno di Crisi

Un ulteriore anno caratterizzato dalla crisi economica e di resistenze sociali si è appena concluso e il conflitto sociale si sta inasprendo in tutta Europa. Il tentativo di criminalizzare i movimenti di contestazioni che si oppongono alle misure di austerità imposte dai governi è evidente, altrettanto quanto l’impossibilità da parte del capitalismo di rispondere ai bisogni della stragrande maggioranza della popolazione. Qui di seguite le impressioni di un giovane studente universitario.

Crisi europea o crisi di un sistema?

L’Europa è in caos e non soltanto per questioni di mal governo. Ad essere in crisi è un intero sistema economico-sociale, quello capitalista. L’ultima delle crisi economiche insite nel capitalismo, è iniziata nel 2008 come crisi finanziaria. In seguito la sua ondata ha investito la produzione a suon di chiusure di stabilimenti produttivi e di licenziamenti, a dimostrazione dell’insulsa dicotomia neoliberale tra mondo finanziario e mondo produttivo. Un primo pacchetto di risposte contro la crisi messo in atto dai governi europei è stato quello di soccorrere con soldi pubblici le grandi banche corresponsabili della crisi e di iniettare moneta nel circuito economico con la speranza di una ripresa della domanda aggregata. Grazie alla massiccia dose monetaria, (1110 miliardi di euro di soldi pubblici dati alle banche dell’Ue nel 2009), i principali indicatori macroeconomici come il Pil, il tasso di disoccupazione e l’inflazione, sembravano prospettare una lenta uscita dalla crisi. Speranza che verrà palesemente smentita successivamente. In seguito è stata la volta delle politiche fiscali espansive a favore soprattutto del grande capitale, che hanno contribuito a sottrarre gettito fiscale agli stati gonfiando ulteriormente i loro debiti pubblici. L’idea di fondo è sempre la stessa. Si incentiva il consumatore a spendere il proprio reddito per contribuire a far ripartire la macchina del capitalismo dimenticando che gli stessi consumatori sono salariati e salariate, soggetti a licenziamenti e a peggioramenti del proprio standard vitale. Questo processo innesca una spirale recessiva da cui è difficile uscire.

Negli ultimi mesi l’attacco dei principali governi europei si è fatto ancora più serrato. Le misure di austerità messe in atto attaccano direttamente i salari dei lavoratori e delle lavoratrici, compromettendo il loro potere d’acquisto. In questa fase della crisi il bersaglio prediletto è lo stato sociale, ovvero tutte quelle conquiste sociali avute grazie alle vittorie del movimento operaio e dei movimenti studenteschi degli anni ’60 e ‘70 (Statuto dei lavoratori, assicurazioni sociali, diritto allo studio, ecc…). Soppressione di mensilità per i dipendenti pubblici, congelamento delle pensioni, attacchi alle assicurazioni sociali, aumenti dell’IVA (imposta sui consumi che penalizza soprattutto i bassi redditi) e tagli all’istruzione.

Le misure sopraelencate sono di per sé sufficienti a dimostrare il totale disorientamento di una classe dirigente, ormai delegittimata del suo potere, nel mettere in atto politiche anti-cicliche efficaci e mostrano le evidenti contraddizioni di questo sistema economico.

Il tentativo di stigmatizzare la lotta di classe

La fine del (presunto) “socialismo reale” è vista come l’idea stessa della fine del comunismo e di conseguenza della morte del concetto di lotta di classe. Tutto questo è assurdo. Le classi esistono laddove vi sono degli interessi economici differenti e quello che sta succedendo in questi ultimi anni ne è un esempio eclatante.

La rabbia sociale per un sistema economico sempre più iniquo è scoppiata in tutta Europa, ed ha investito con un effetto domino Grecia, Francia, Portogallo, Spagna, Inghilterra e Irlanda. In questi paesi le forme di protesta hanno assunto differenti modalità: numerosi scioperi generali che hanno investito gran parte del tessuto economico in Grecia, Francia, Portogallo; movimenti sociali nati dalla contestazione su di una vertenza specifica poi confluiti in una più ampia rivendicazione come l’onda studentesca italiana nata già nel 2008 contro la riforma Gelmini come pure i lavoratori della FIAT di Pomigliano e Mirafiori; la contestazione per l’aumento delle rette universitarie degli studenti inglesi; la recente rivolta tunisina, dove il gesto disperato del venditore ambulante Mohamed Bouazizi ha fatto esplodere l’intollerabile situazione di perenne precarietà ed alta disoccupazione in uno scontro tra esercito e dimostranti; e in Algeria, dove l’inflazione alimentare ha innescato una vera e propria guerra per il pane. Queste ampie forme di mobilitazione, all’apparenza differenti fra loro, hanno di fatto delegittimato il potere governativo, intento unicamente a proteggere gli interessi di classe di una minoranza della popolazione, nonché un intero sistema economico. Due esempi evidenti sono stati quello francese e quello italiano. Il governo Sarkozy ha affondato il colpo sulla riforma delle pensioni nonostante il rifiuto, manifestato nei sondaggi e nelle piazze dei ¾ della popolazione mentre in Italia gli episodi delle ultime settimane si commentano da soli: un governo completamente staccato dalle esigenze e dai voleri della stragrande maggioranza della popolazione non ha diritto di esistere!

La borghesia stessa presuppone subdolamente la lotta di classe per poi mascherarla (o tenerla a bada) con i compromessi sociali e con gli appelli alla morale fondata sull’etica della responsabilità individuale applicata, ovviamente unilateralmente, ai salariati e alle salariate. Questa fa si che con l’esplosione della disoccupazione sia lo stesso disoccupato a doversi sentire in colpa per la propria “sfortunata” condizione, al malato sentirsi colpevole della propria malattia[1], al consumatore viene addossato il peso della responsabilità della ripresa economica per una crisi che lui stesso non ha creato e alla donna sentirsi soggetto doppiamente discriminato[2], in quanto donna e in quanto salariata. Tutto questo accade mentre in Svizzera nell’ultimo anno il patrimonio delle 300 famiglie più ricche è aumentato di 21 miliardi di franchi rispetto all’anno precedente mentre la disoccupazione e le condizioni di lavoro sono in continuo peggioramento, un dato che da solo basterebbe per legittimare il concetto di lotta di classe..

I giovani, prime vittime dell’offensiva capitalista

Una generazione di nuovi precari, senza diritti e prospettive, sta combattendo in tutta Europa per il proprio futuro. Aumenti delle tasse universitarie, smantellamento dello Stato sociale, prestazioni di lavoro sotto forma di stage, che spesso e volentieri non sono nemmeno pagati, sono alcune delle misure che colpiscono i giovani. La disoccupazione nei paesi dell’Unione Europea è del 10,1%, in Svizzera nel dicembre 2010 è salita al 3,8%. È noto a tutti che i criteri di calcolo della disoccupazione fan sì che questo indicatore sia particolarmente ottimista e camuffi la ben più tragica realtà. È contro tutto questo che i giovani europei si stanno battendo in un grande conflitto sociale. Non dobbiamo dunque sorprenderci se le varie manifestazioni esplodano in forme di protesta violenta. È questa stessa società ad essere violenta con gli stessi cittadini che la compongono, mettendo costantemente a rischio qualsiasi diritto fondamentale e compromettendo le prospettive future di noi giovani. Violenza, genera violenza. Le condanne moraliste non sono altro che un tentativo di conservazione dell’ordine stabilito. E questo perché la morale non è altro che un prodotto della società. L’élite politica ci ha dimostrato ancora una volta quanto sia staccata dai bisogni sociali della gente, per cui la via del cambiamento non va di certo ricercata nei palazzi del potere. Questo, i salariati e le salariate, giovani e anziani, scesi in piazza in tutta Europa lo hanno capito. Ora l’obiettivo, non certo facile, di tale movimento, deve essere quello di entrare in una logica anticapitalista e dunque assumere una prospettiva politica chiara, facendo della democrazia partecipativa il motore della sua azione, poiché la cosiddetta morale democratica odierna risponde unicamente ai bisogni del capitalismo.



[1] La relazione tra condizioni di lavoro e salute è ormai assodata nella letteratura socioeconomica. Il lavoro è la principale determinante dei fattori socio-economici che incidono sino al 45-50% sull’allungamento della speranza di vita. Nonostante ciò in Svizzera, è stata recentemente approvata la 6° revisione dell’Assicurazione Invalidità che è in netto contrasto con quanto qui riportato.

[2] Le discriminazioni che le donne subiscono sul mercato del lavoro possiamo raggrupparle in due gruppi: discriminazione all’entrata e all’interno del mercato del lavoro . La prima implica l’esclusione delle donne da alcune professioni considerate tipicamente maschili, la seconda invece ci dice che a parità di impiego e di formazione una donna in Svizzera guadagna fino al 20% in meno del suo collega maschio.