Cina: ribellione nella fabbrica del mondo

Un’ondata di scioperi si estende nel paese. E questo minaccia la classica produzione a basso costo cinese

David Brunat

Clarín, Buenos Aires, 15-8-10

http://www.clarin.com/

Si è stancata la Cina di essere il paradiso della manodopera a basso costo? Mezzo mondo si fa questa domanda da settimane. L’ondata di scioperi che ha attraversato le fabbriche del gigante asiatico negli ultimi due mesi ha raggelato migliaia di impresari di tutto il pianeta. Il mondo è diventato talmente dipendente dalla Cina che qualsiasi suo starnuto è interpretato come un terremoto. Ma, in questo caso, si tratta di un tremendo terremoto.

Dalla sera alla mattina, gli operai cinesi si sono svegliati dal loro letargo e hanno cominciato a reclamare salari più alti e diritti lavorativi. Minacciano l’era del tutto a due franchi “Made in China”.

La miccia che ha acceso il fuoco della protesta è stata il suicidio di 10 giovani impiegati della multinazionale taiwanese Foxconn a Shenzhen (Sud), oltre ad altri tre tentativi falliti, in appena alcuni mesi. Morti provocate da condizioni lavorative che sfiorano la schiavitù: 1'200 yuan al mese, circa 175 dollari, per giornate di più di 12 ore sotto una pressione brutale.

Televisioni e radio hanno mostrato la miseria dei 400'000 impiegati di Foxconn senza che il governo li censurasse, un fatto storico. Ma la conferma del fatto che qualcosa stava cambiando in Cina è stata la notizia, negli stessi giorni, che uno stabilimento di componenti automobilistiche della giapponese Honda si fosse dichiarato in sciopero per migliori salari. Tradizionalmente, i governi locali inviavano teppisti a frenare gli impiegati discoli, ma questa volta hanno optato per tollerare gli scioperi e persino permettere che alcuni operai esigessero libertà per formare gremii indipendenti.

Mai visto in Cina

Subito i lavoratori di tutto il paese hanno alzato con rabbia la loro voce.

“Perché Pechino dovrebbe censurare queste proteste se anche il governo capisce che bisogna cambiare le regole del gioco?”, si chiede il professore Lu Ming, un’autorità cinese in diritto del lavoro. “Siamo di fronte a una svolta decisiva. Il tempo passa e i problemi si accumulano. La chiave è come dividere più equamente la torta tra datore di lavoro e impiegato”, prosegue.

Oggi, questa torta è oscenamente controllata dal datore di lavoro. “Le imprese aumentano i loro profitti in media del 30% annuo, ma i lavoratori non vedono nemmeno un centesimo”, evidenzia Laura Tsui, vicepresidente di Interchina Consulting. I casi più abusivi di sfruttamento lavorativo avvengono nelle fabbriche di manifatture a basso prezzo, che contano su un margine di guadagno minore e che hanno dato una dubbia fama al marchio “Made in China”.

Pechino ritiene che i macrostabilimenti di produzione che gli hanno permesso di crescere a un ritmo di più del 10% annuo del PIL per 30 anni cominciano a dare più problemi che benefici in una società che aumenta i suoi standard di vita a passi da gigante. Ciò che 10 anni fa era sopportabile per un contadino affamato che emigrava nelle fabbriche della costa orientale, oggi è insopportabile per un giovane che viene da una famiglia umile, ma con entrate sufficienti per pagargli un’educazione di base e dargli da mangiare qualcosa di caldo tutti i giorni.

“Già da un paio di anni Pechino non dà il benvenuto alle compagnie low cost”, indica Tsui. “Questo tipo di produzione è oggi socialmente insostenibile. La Cina sta già cominciando a dedicarsi a una produzione con un più alto valore aggiunto, più tecnologica. Questa è la scommessa del governo”, dice l’esperta. Intanto Vietnam e Cambogia assorbono ora quello che la Cina ripudia.

Negli ultimi tre anni la paga degli operai meno qualificati è salita tra il 10 e il 20% all’anno, e neanche così si riesce a soddisfare le loro necessità di base. “Il problema è che partiamo da una base molto bassa, persino le donne delle pulizie guadagnano di più”, commenta il direttore in Cina di una compagnia argentina. Foxconn ha già detto che aumenterà i salari fino al 66%, e ha anche promesso di raddoppiarli in ottobre,mentre Honda ha effettuato due aumenti che arrivano al 70%. Ora il regime comunista si trova di fronte al dilemma di ridurre progressivamente la produzione di manifatture a basso costo senza disincentivare l’investimento straniero, fondamentale per la crescita e la stabilità.

Da Parte loro, le aziende argentine in Cina non avrebbero di che vedersi toccate dalla ribellione dei lavoratori. “Contano su un alto livello di sviluppo tecnologico e impiegati pagati degnamente”, indica Dario Mengucci, console commerciale argentino.

In seguito alla crisi, il Congresso popolare di Guangdong, la provincia del Sud, cuore delle manifatture e anche della ribellione, sta analizzando una legge per regolare il diritto a chiedere aumenti salariali, a eleggere i propri rappresentanti sindacali e a dichiararsi in sciopero. Tutto, questo sì, coordinato dal governo. Se la legge si approva in settembre, sarà una pietra miliare storica. Se qualcosa rimane chiaro è che nella fabbrica del mondo, produrre di più per meno sarà presto storia.