Il dibattito sui manifesti UDC relativi alla votazione sui minareti



Una nuova arma di distrazione di massa

Ci risiamo, eccoci nuovamente a discutere, come d'abitudine negli ultimi anni, degli orribili manifesti dell'ormai famigerata UDC. Questa volta il bersaglio è mirato, non sono imprecisati corvacci neri, mani multicolori che si accaparrano passaporti rossocrociati, né pecore più o meno nere. La pretesa è di individuare un obiettivo più concreto, un pericolo reale e preciso: l'invasione islamica attraverso la costruzione dei minareti, che non sono altro che l'equivalente dei "nostri" campanili. Qualche considerazione sulla piega che sta prendendo questo dibattito va fatta.

Anzitutto, è ormai assodato, e purtroppo generalmente accettato anche in vari ambienti della sinistra, che il dibattito sugli stranieri è determinato nei temi, nei tempi e persino nella forma dall'UDC, che detiene l'iniziativa a tutto campo su questo tema. Sono ormai anni che quando si parla di stranieri a livello nazionale è solo in relazione alle solite provocazioni dell'UDC, che diventano poi proposte concrete, sempre più aggressive nei confronti degli immigrati. In questa direzione, dobbiamo registrare l'ulteriore passo in avanti rappresentato dall'iniziativa per proibire la costruzione di minareti in Svizzera, che fa a pugni con la presunta laicità dello stato liberale.

In secondo luogo, registriamo che il dibattito si è ormai focalizzato sull'opportunità o meno di affiggere i famosi manifesti, lasciando in secondo piano la questione dell'iniziativa in sé e dell'utilità che questa ha realmente. Mentre il dibattito si polarizza tra antirazzisti benpensanti, che vorrebbero proibire gli ormai famosi manifesti, perché offensivi, e paladini di una "democrazia senza peli sulla lingua", che non ha paura di dire ciò che altri osano solo pensare, si perde di vista il punto fondamentale della discussione. L'attacco a una minoranza religiosa che in Svizzera non ha mai posto problemi, allo scopo di distogliere l'attenzione della popolazione e dei salariati in particolare dai veri problemi: condizioni di vita sempre più precarie, peggioramenti in ambito scolastico e dei servizi pubblici in generale.

Così, mentre la borghesia ci sta portando via lavoro, servizi pubblici, futuro con la scusa della crisi, noi stiamo a discutere della pericolosità dell'invasione islamica, della perdita della nostra cultura e delle nostre usanze a favore delle loro, e dell'opportunità o meno di proibire l'affissione di manifesti offensivi nei confronti di una minoranza.

Non si può pensare di combattere efficacemente il razzismo e la xenofobia solo su un piano puramente ideologico e mediatico. Non è solo impedendo l'affissione dei manifesti contro i minareti, per lasciare posto a quelli a favore dell'integrazione, promuovendo qualche conferenza e simpatici pranzi multietnici (iniziative lodevoli e da promuovere, intendiamoci), che si combattono razzismo e xenofobia. Chi pensa che questo basti, non fa altro che attirarsi la critica di essere un benpensante.

Il razzismo e la xenofobia si combattono anche e soprattutto sul piano delle condizioni di vita della popolazione, sia migrante, sia autoctona, attraverso il miglioramento delle condizioni di lavoro e dei servizi, che non vanno smantellati, ma potenziati. Solo attraverso l'elaborazione di rivendicazioni che tendano a migliorare le condizioni minime di vita di tutti i salariati e le salariate, come ad esempio quella di un salario minimo fissato per legge, la difesa di tutti i posti di lavoro, un servizio di formazione di buon livello e realmente accessibile a tutti/e, ecc., si potrà cominciare a superare le diffidenze e le paure che sono propagandate da quella parte della società che crea i danni sociali e fornisce anche i capri espiatori.

In pratica, ci si accorge che il proprio collega è straniero solo quando si riceve la lettera di licenziamento o ci tocca rinunciare a qualcosa e qualcuno ci insinua il dubbio che quello che ci accade avrebbe dovuto toccare solo a lui, perché diverso da noi o "ultimo arrivato", mentre ci si dimentica facilmente della sua nazionalità e della sua religione, o addirittura si valorizzano come ricchezza, quando si lotta fianco a fianco per difendere i posti di lavoro di tutti/e.

Infine, una domanda ai difensori delle "radici cristiane" dell'Europa: chi è l'invasore? Ricordiamo che gli USA e i loro alleati europei stanno conducendo una politica d'invasione imperialista e di guerra nei paesi arabi. Chi ritiene che la Svizzera, con la scusa della sua neutralità, non c'entri, farebbe bene, perché quel che crede possa almeno sembrare vero, a esigere il ritiro degli accordi di collaborazione militare con Israele e a sostenere l'iniziativa contro l'esportazione delle armi. La Svizzera, facendo affari in campi strettamente connessi alla guerra con i principali imperialismi in Medio Oriente, non può certo proclamarsi totalmente innocente e giocare a fare la parte della vittima di un'invasione inesistente.

Per tutti questi motivi, l'iniziativa dell'UDC va rifiutata con un secco NO! Sia nelle urne, sia nelle piazze.