corteo I maggio

Nonostante i sindacati, discreta la partecipazione al corteo del primo maggio

Eravamo circa mille alla fine (1500 per la rsi). Distanti dagli ottomila dell’anno scorso, ma comunque meglio delle precedenti edizioni, in cui si contavano intorno alle 500 persone.

Nonostante l’inerzia delle burocrazie sindacali, le uniche in tutta Europa che non hanno ancora convocato una manifestazione contro la crisi e le crescenti politiche di austerità portate avanti dal padronato, la manifestazione ha avuto una discreta partecipazione. Spiccava in particolare un discreto numero giovani, superiore a quello delle precedenti manifestazioni (eccezion fatta, come sempre per la manifestazione dell’anno scorso), sicuramente più attratti dai gruppi musicali invitati al concerto, che non dai discorsi di Ambrosetti e co.

La differenza di numero tra i partecipanti dell’anno scorso e quella di quest anno, non si spiega, né con la “paura” di eventuali ritorsioni, come ha abbozzato a pretesto qualche sindacalista, né con la collocazione geografica, Lugano, che, essendo la capitale finanziaria del cantone, avrebbe una popolazione salariata meno disponibile alla lotta.

In realtà, il divario si spiega, e qui dispiace ma dobbiamo ripeterci per l’ennesima volta, con il diverso contesto sociale che si è venuto a creare l’anno scorso. Il primo maggio 2008 seguiva di poco la storica vittoria degli operai delle Officine, che aveva visto una lotta portata avanti dagli operai in prima persona e che aveva coinvolto velocemente ampi strati della popolazione ticinese. Questo clima di mobilitazione sociale, aveva permesso di celebrare una festa dei lavoratori lontana dalla routine autoincensatoria dei sindacati, imponendo ai vertici delle burocrazie il protagonismo dei salariati stessi e dei movimenti sociali.

Quest anno, nonostante la crisi stia mettendo in ginocchio centinaia di famiglie che vedono i propri membri esclusi dal lavoro, gli apparati sindacali non hanno mosso un dito, limitandosi a dire che sono necessari… un maggior aiuto da parte dello stato alle imprese e una maggior facilità, sempre per le imprese, di mandare gli operai in disoccupazione parziale! Sono fioccate poi iniziative che fanno tremare le ginocchia al padronato: le petizioni! Non una mobilitazione seria, che chiamasse chi la crisi la sta pagando a riprendersi gli spazi della propria dignità, niente scioperi, niente manifestazioni. Petizioni. Sconsolante, anche perché queste sono fine a sé stesse e non costituiscono uno strumento, come dovrebbero essere, per lanciare un dibattito che sia in grado di costruire poi un percorso di lotta, ma vengono usate per un lavoro da “gruppo di pressione” tutto volto alle istituzioni.

Nonostante questo, come detto, in piazza c’erano almeno mille persone. Questo avrebbe dovuto dire ai dirigenti sindacali di una disponibilità, seppur limitata ad uno “zoccolo duro”, a muoversi in difesa dei propri diritti da parte dei lavoratori. Ci si sarebbe dunque aspettati di sentire discorsi combattivi. Dal palco, invece, non si è sentita pronunciare una sola volta l’unica parola che i salariati attendono: sciopero. Parola completamente scomparsa dai discorsi, proprio in un periodo in cui i lavoratori stanno pagando un prezzo altissimo sull’altare del neoliberismo e del capitalismo, tanto criticati a parole, così poco contrastati sul piano dell’iniziativa. Inesistente sul palco di Lugano anche qualsiasi riferimento alla mobilitazione delle Officine e al ruolo di forza motrice che hanno assunto in quel frangente gli operai. Il sindacato vuole mantenere un controllo totale sulle forme di quel dissenso che comincia a farsi sentire anche in Svizzera. Non c’è spazio per i lavoratori, se non in termini di coreografia per dare un po’ di colore ai discorsi di rito, che ormai più nessuno ascolta.

I militanti che credono dunque che la situazione dei salariati e della popolazione possono migliorare solo attraverso la lotta, sono rimasti a bocca asciutta, dovendosi accontentare di un “la pace del lavoro ha fatto il suo tempo”. Grazie. Cosa propongono in cambio questi signori? Noi un’idea di come si potrebbe fare, ce l’abbiamo. Ce l’hanno raccontato i compagni venuti in visita da noi da Francia e Italia. Dobbiamo stimolare e sostenere l’auto-organizzazione di chi non è più disposto a sopportare questo sistema iniquo, che privatizza i profitti e collettivizza le perdite, facendo da motore e da sponda alle mobilitazioni e alle resistenze che chi subisce quotidianamente questo sistema vorrebbe sviluppare, ma che non fa, perché altri hanno già deciso per loro che questo è inopportuno. Di ben altro sindacalismo ci sarebbe bisogno in questi tempi duri…