Idee per una scuola democratica

Discutere di una scuola democratica significa per noi ripensare radicalmente, dalle basi, un modello nuovo di scuola. Sì, noi pensiamo sia necessario rivoluzionare la scuola così come è oggi, se si vuole giungere a una scuola democratica – e definiremo fra poco cosa intendiamo precisamente.
Anche se a nostro avviso che non si tratta della miglior scuola possibile, al contrario, riteniamo appunto che un’altra scuola è possibile e necessaria, teniamo però a sottolineare che valutiamo come politicamente prioritario, nella fase attuale la difesa della scuola attuale.
La fase politica e sociale del neoliberismo, che ha caratterizzato gli ultimi quindici
anni e più, ancora duramente martella la nostra scuola e ne mina le basi attuali. Una contro-riforma dopo l’altra, vengono introdotti contenuti e forme cui ci
opponiamo, perché orientati a logiche mercantilistiche e concorrenziali.
Ecco perché in questa fase consideriamo dunque prioritario difendere la scuola attuale, all’interno dei movimenti degli insegnanti e degli studenti, da tali attacchi, condotti su vari fronti:

  • dei contenuti (ad esempio con l’introduzione degli “standard formativi”);
  • del carattere pubblico della scuola (ad esempio con la politica del portfolio e dell’apprendimento “informale”);
  • della realtà materiale della scuola (ad esempio con i tagli ai salari dei docenti o la privatizzazione di certi servizi).

Anche in questo contesto resistenziale resta comunque una necessità politica disporre di un orizzonte rivendicativo che vada oltre la difesa di uno status quo. Per questo abbiamo giudicato utile, nonché interessante, riflettere a una scuola dalle basi totalmente nuove. In questo testo ci concentriamo principalmente su un aspetto, quello della selezione, per noi però fondamentale.. Ovviamente qui
abbiamo soltanto potuto abbozzare, schematici e imprecisi, dando un quadro di
una scuola democratica ancora opaco e ancora sfocato, come quel prigioniero che, incatenato nel fondo di una caverna, vedeva soltanto le ombre degli oggetti al
di fuori della caverna; prima di aver spezzato le catene, non poteva ancora concepire esattamente la forma reale di quegli oggetti.



La scuola “democratica” : note dolenti

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L’uguaglianza (formale), la parità di trattamento e di opportunità,… Questi pilastri cartacei della scuola addolciscono e celano soltanto la realtà: la scuola oggi non fa che riprodurre le ineguaglianze di fatto presenti nella società. Riproduce di generazione in generazione le divisioni sociali. Anche le statistiche annuali sulla scuola ticinese (Censimento degli studenti) mostrano il legame fondamentale tra origine sociale e scelte e risultati scolastici. La scuola che conosciamo è, in una parola, profondamente iniqua in senso classista.
Per uscire da un linguaggio astratto: chi ha dei genitori laureati, un’origine sociale “superiore”, è facilitato da un migliore “background” e nell’accesso alla cultura, perché ha a disposizione libri, genitori che possono aiutarlo per la scuola e mantenerlo agevolmente durante gli studi. Altro esempio: nelle lingue straniere, fattore decisivo per la selezione nella scuola media, sarà sicuramente favorito un giovane i cui genitori possono permettere un soggiorno estivo all’estero. Ma non solo questo: ad esempio, la scuola richiede un modello di cultura o un linguaggio, che sono magari molto diversi da quelli che un ragazzo impara nel suo ambiente familiare.
Risultato: i laureati di oggi sono i figli dei laureati di ieri, gli operai di oggi, i figli degli operai di ieri.
Il meccanismo concreto che, nella scuola, genera questa iniquità di riuscita determinata in senso classista, è la selezione scolastica. In altre parole, il meccanismo di valutazione.
La selezione scolastica è uguale per tutti, e dunque proprio per questo iniqua. Si presume infatti di trattare tutti in maniera uguale. Ma trattare in modo uguale giovani che non sono tra loro uguali, ed imporre loro un tipo di conoscenze e modelli di comportamento che non sono universali, ma proprie di alcuni gruppi sociali o culturali, questa è una scelta di iniquità e ingiustizia.
A partire dai risultati della selezione vengono stabilite delle gerarchie che, in maniera marcata in seguito alle contro-riforme degli ultimi tempi, corrispondono in seguiti a differenti programmi e livelli di insegnamento (corsi A, B o C, per citare il discrimine della scuola dell’obbligo). Le conseguenze di questa differenziazione dell’insegnamento sono ben note: esclusione e marginalizzazione, violazione persino del diritto di “eguaglianza formale” e “pari opportunità”.


La scuola democratica

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Riteniamo che i nodi principali da risolvere, nel cammino verso una scuola realmente democratica, siano dunque i nodi della selezione, della valutazione e della nota.
E l’unica soluzione, a nostro avviso, è detronizzare questi concetti dalla scuola. Costruire un insegnamento che prescinda dall’utilizzo (e soprattutto rifiuta la deificazione) delle griglie valutative e delle scale numeriche, che anzi privilegi gli aspetti del sapere “non misurabili”.
Le note non sono una necessità di natura o una prescrizione divina, ma sono un fatto storicamente determinato; Aristotele, nel suo Liceo, non si è mai sognato di misurare il sapere con dei numeri; così le altre e numerose forme di scuola che l’umanità ha praticato nei millenni, senza per questo regredire affatto, anzi. In una parola: una scuola democratica, una scuola senza note e senza selezione, è possibile e necessaria.
Dare a ciascuno secondo i propri bisogni. Questo, nella nostra ottica, è il secondo principio necessario a una scuola realmente democratica. Non significa, per l’appunto, istituire dei programmi differenziati, ma fare in modo che “lo sviluppo collettivo sia la condizione per il libero sviluppo di tutti”, che esista quindi un processo cooperativo di apprendimento, una collettivizzazione delle conoscenze.
Sui contenuti infine, vorremmo precisare alcuni degli aspetti “non misurabili” del sapere citati più sopra. Riteniamo che anche un profondo ri-orientamento dei contenuti sia necessario per fissare una scuola democratica. Vuol dire che i contenuti di una simile scuola non devono rifarsi in maniera impenetrabile a un modello culturale e politico; devono essere aperti agli stimoli e ai contributi di chi apprende e di chi insegna, devono essere, per far ciò, autorganizzati (vedi ultimo punto). Soprattutto, rifiutiamo nella maniera più decisa le logiche più recenti di sapere orientato dal mercato, di insegnamenti “utili” e “inutili”.



La sedia è la sedia

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Crediamo che le condizioni materiali in cui si svolge l’insegnamento siano determinanti per l’insegnamento stesso e per l’apprendimento soprattutto. Un modello di scuola democratica non può distinguere aspetti “teorici”, la discussione cioè su contenuti e forme dell’insegnamento, da aspetti “pratici” che ne garantiscano la realizzazione.
Per questo riteniamo importante fissare, tra gli assi portanti per una scuola democratica, gli aspetti “pratici” che seguono. E li vogliamo ribadire anche per riaffermare l’opposizione a quella che è stata la tendenza politica degli ultimi quindici o venti anni: ridurre l’investimento nella scuola pubblica.
Bisogna anzitutto garantire delle strutture dignitose e confortevoli. Da soffitti impermeabili a banchi dignitosi, da un numero sufficiente di sedie alla disponibilità di supporti informatici e così via: realizzare tutto questo sarebbe una grande conquista rispetto allo stato attuale della scuola pubblica, ticinese e non solo.
In secondo luogo, bisogna garantire a tutti libri, materiale come carta e penna, trasporti e mense, tutti gratuiti. Vanno potenziate le borse e gli assegni di studi (più fondi a disposizione, più alto il limite di reddito al di sotto del quale si ha diritto alla sovvenzione).
Soprattutto riteniamo importante che siano realizzati luoghi pubblici e gratuiti (doposcuola, centri giovanili) dove si svolgono attività formative e ricreative durante il tempo libero. Questi devono essere i luoghi “dell’apprendimento informale” a disposizione di tutti, che coprono tutti gli ambiti di apprendimento come le lingue straniere, la musica, il cinema e anche la politica, e tutti quegli aspetti culturali che la scuola non può sufficientemente integrare nel proprio tempo.
Ultimo fattore che citiamo, ma forse il più importante, riguarda le condizioni salariali e di impiego degli insegnanti. Vanno loro garantiti loro:

  • un adeguato livello salariale, che tenga conto del lavoro svolto al di fuori della classe;
  • un’offerta di formazione, riqualifica e aggiornamento continua, libera e pagata;
  • la parità di trattamento (salariale, contrattuale) tra insegnanti giovani e anziani;
  • il riconoscimento e la gratificazione del loro lavoro;
  • l’autodeterminazione (vedi prossimo punto)

Autorganizzazione

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Solo e soltanto attraverso la capillare autorganizzazione degli studenti e degli insegnanti, che autodeterminino l’essere della scuola e la autogestiscano, si potrà infine parlare di una scuola democratica, nel senso più vero e pieno di questa parola. E soltanto attraverso questi stessi processi si potrà giungere alla fondazione di una scuola democratica, così come l’abbiamo intesa.
Gli unici che hanno diritto di modificare la scuola, di deciderne gli orientamenti, le forme, le necessità, sono la scuola stessa. E la scuola sono gli studenti e gli insegnanti. Noi, in quanto soggetto politico, così come altre istanze esterne alla scuola, anche attraverso documenti come questo, ma principalmente attraverso la continua discussione, possono soltanto proporre e dialogare.
Concretamente, concepiamo come forme privilegiate di autorganizzazione dei componenti della scuola le assemblee di istituto dei docenti, rispettivamente, degli studenti, nonché le assemblee dei delegati studenteschi/insegnanti a livello regionale (cantonale). A queste assemblee spetta il diritto di discutere e di decidere democraticamente:

  • sui programmi e sui contenuti della scuola;
  • sui metodi di insegnamento, rispettivamente, di studio;
  • sulla gestione pratica della scuola.


L’autorganizzazione democratica di tutti gli aspetti della scuola garantisce, per citare uno dei diversi aspetti positivi, l’aderenza e la permeabilità degli insegnamenti alla realtà sociale e alle sensibilità degli insegnanti e degli allievi, nonché permette di orientare in maniera libera e condivisa la formazione dei giovani verso le loro inclinazioni e, allo stesso tempo, verso i bisogni della società.
E ancora: la pratica continua della democrazia diretta riveste inoltre in sé un valore pedagogico altissimo nell’ambito civico-politico.


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Giovani dell’MPS, 24 aprile 2008 - pubblicato su Solidarietà del 26 aprile 2008.

Ciclo di formazione e discussione


Per fare politica (veramente), occorre una preparazione, per analizzare la realtà e capire perché e come provare a cambiarla.
Gli avvenimenti politici ed economici degli ultimi mesi hanno riproposto in modo evidente alcune questioni di fondo legate alle società nelle quali viviamo. Una strategia anticapitalista come quella che noi difendiamo necessita quindi una continua discussione sul capitalismo, il suo funzionamento, la sua evoluzione e le sue prospettive.
Per questo l’MPS ha deciso di organizzare alcune serate di discussione/formazione politica, per i giovani e non solo, che si terranno con il seguente programma:






Mercoledì 7 maggio

1. Il capitalismo: cos'è, come funziona, quale dinamica storica

Presentazione degli aspetti principali del sistema capitalista, delle sue regole fondamentali di funzionamento, della sua logica e del suo divenire storico.





Mercoledì 14 maggio

2. Le classi sociali nel capitalismo contemporaneo


Presentazione della stratificazione sociale del capitalismo contemporaneo, della dinamica di queste classi e del rapporto tra questa stratificaziione e le strategie politiche (per esempio: perché il ruolo decisivo del proletariato?)




Mercoledì 21 maggio

3. Lo Stato nel capitalismo contemporaneo

Qual è la funzione dello Stato? Perché il suo potere non è neutrale e si deve quindi abbattere?Su cosa sono costruiti gli attuali stati borghesi, il loro funzionamento e soprattutto l'aspetto della loro egemonia.



Mercoledì 28 maggio

4. Le democrazie liberali

In un certo senso continua il punto precedente. Si tratta di spiegare su cosa sono costruiti gli attuali stati borghesi, il loro funzionamento, la loro egemonia.




Mercoledì 4 giugno

5. Marxismo, socialismo e rivoluzione

Presentazione delle basi politiche ed ideologiche del socialismo rivoluzionario, del nostro progetto politico.





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Tutte le riunioni avranno luogo presso la sede dell’MPS a Bellinzona (viale Portone 11, di fronte al bar Oasi) con inizio alle ore 20.15





Contatti e informazioni: scrivi

Giù le mani dal lavoro!

Manifestazione:




giovedì 1° maggio a Bellinzona



10.30

Ritrovo entrata sud officine FFS Bellinzona (bar triangolo)


10.45

Partenza in corteo
per le vie di Bellinzona fino in piazza Collegiata (i discorsi ufficiali)


Ore 12.00

Conclusione parte ufficiale


Ore 12.30

Tutti sul prato del Castel Grande per un pic-nic!










Giù le mani dal lavoro!






pubblicato su Rivoluzione! - aprile




No. Non è vero che il mercato si autoregola, che il mercato premia il migliore. Il nostro sistema economico lo dirigono i dirigenti delle imprese, non lo spirito santo del mercato.
Se questi dirigenti decidono, per una ragione ideologica, e non economica, che bisogna licenziare dei lavoratori, anche se fanno più che ottimamente il loro lavoro (persino secondo i criteri della “concorrenzialità” e della “produttività”!), bene, questi dirigenti decideranno di licenziarli.
Se Meyer e banda decidono che le Officine, terminato lo sciopero, non devono lavorare, devono scontare la loro ribellione, bene, possono decidere anche questo. Infatti, alla ripresa del lavoro alle Officine, c’è stato “qualche disguido”, il lavoro mancava, le locomotive che dovevano venir riparate non arrivavano… Ora il problema sembra risolto. Ma mica si trattengono, i dirigenti di FFS e della Cargo: minacciano dalle colonne del giornale aziendale, scrivendo che alle Officine di Bellinzona toccherà “pagare la fattura”.
Ecco diversi segnali che la guerra ancora non è conclusa e che all’arroganza non c’è mai fine. Anche se la battaglia sul piano di ristrutturazione è stata vinta, c’è ancora da vincere la tavola rotonda sul futuro delle Officine. Il primo incontro si terrà probabilmente la prossima settimana.
E lì c’è il 1° maggio.
E ci sarà una grande manifestazione a Bellinzona con lo slogan: Giù le mani dal lavoro. Quel lavoro che spetta alle Officine, ma anche a tutti noi; quel lavoro che è un diritto.







La lotta paga


Nelle scorse settimane, abbiamo imparato una cosa in particolare: la lotta paga.
Le decisioni dei vertici e dei potenti, le ingiustizie e i soprusi, si combattono dal basso, con l’azione unitaria e democraticamente organizzata dei lavoratori e delle lavoratrici, della popolazione tutta, solidale e decisa ad andare fino in fondo. Così si può vincere.
Lunedì 31° aprile, un mese fa, il direttore FFS Meyer avevano fissato un ultimatum: stop allo sciopero, oppure… Il 30 marzo però, un pomeriggio di domenica, c’è stata la più grande manifestazione mai vista in Ticino negli ultimi decenni. L’indomani, l’ultimatum è scaduto senza conseguenze. Annientato.
Mercoledì 2 aprile c’è stata una seconda grande manifestazione. Diecimila persone e la piazza strapiena a perdita d’occhio. Tre giorni dopo, sabato 5 aprile, è arrivata la vittoria: il piano di ristrutturazione è stato cancellato con una riga rossa.
Cos’è accaduto in queste settimane è di una chiarezza evidente: la mobilitazione popolare ha vinto, ha costretto dirigenti d’azienda e governi a cedere.








Oltre lo sciopero delle Officine


Ecco perché il 1° maggio bisogna accorrere tutti a Bellinzona. Per mantenere alta la tensione, farsi sentire, rispondere presenti, e mettere sul tavolo negoziale, a favore dei lavoratori delle Officine, il peso di migliaia di persone che non dimenticano e non cedono, pronte a lottare ancora e sempre.

Da questa grande lotta per le Officine di Bellinzona può partire qualcosa di molto più ampio. Può partire un movimento che imponga la revisione di tutto il processo di privatizzazione, esternalizzazione e ristrutturazione dei servizi pubblici e dello stato sociale. E non solo: bisogna anche cominciare a pensare ai lavoratori del settore privato.
Non che manchino gli esempi: i lavoratori dell’edilizia sono appena riusciti a ottenere un nuovo contratto collettivo nazionale; e anche in questo caso, il merito è stato del rapporto di forza creato con gli scioperi e il blocco dei cantieri (più clamoroso di tutti, il blocco dell’Alptransit).
Oltre lo sciopero delle Officine c’è l’orizzonte di una società diversa, fatta di diritto al lavoro, di diritto a salari e condizioni di impiego dignitosi, di servizi pubblici che guardano ai bisogni dei cittadini, di decisioni prese in piena democrazia. Un altro mondo è possibile!


Un 1° maggio diverso: non mancate!


Per una volta il 1° maggio ha senso. O meglio, ha un senso politico diverso dal solito (di solito: celebrazione istituzionale, passerella per oratori dei soliti discorsi, club dei “soliti” della burocrazia sindacale e piessina), un senso che ci trova più concordi ed entusiasti.

Vi invitiamo, per i motivi detti fin qui, a condividere con noi questo entusiasmo, così come, sappiamo, avete condiviso, nelle settimane scorse, l’entusiasmo solidale per lo sciopero dei lavoratori delle Officine.


Il 1° maggio, di nuovo tutti uniti in piazza per manifestare, incontrare gente, parlare, divertirsi e gridare: Giù le mani…

Un salario minimo contro la precarietà

Un salario minimo legale

contro la precarietà






pubblicato su Rivoluzione! di aprile





La Svizzera, e il Ticino in particolare, è uno dei paesi in cui è molto sviluppato il ricorso al lavoro interinale, su chiamata, a ore, spesso gestito da agenzie di collocamento.
Spesso tocca ai giovani, finito un apprendistato, una scuola media superiore o un ciclo universitario, fare i conti con questa dura realtà.

Ma a cosa serve in realtà questo (non nuovo) sistema di lavoro?





Lavoratori di serie A e di B




Innanzitutto un diverso trattamento serve a dividere i lavoratori. Da una parte c’è chi ha un posto fisso, con certe condizioni lavorative, contrattuali e salariali, che si deve quasi considerare un privilegiato per la sua possibilità di pensare e pianificare un futuro che va oltre la giornata, il mese o l’anno. Dall’altra parte invece, chi ha un impiego a tempo indeterminato, o su chiamata, spesso meno pagato o comunque senza garanzie, e che non si può permettere nemmeno di pianificare la settimana successiva, a causa dei ritmi di lavoro (e delle paghe) altalenanti.


Il primo obiettivo di un simile sistema, abbastanza chiaro intuitivamente, è quello di impedire che si creino reti di solidarietà tra i lavoratori. Spesso, pur lavorando nella stessa ditta, non si passa molto tempo con i compagni di lavoro, non ci si conosce e non si discute degli interessi e dei problemi comuni a tutti, come i salari, i tempi di lavoro, ecc.
In secondo luogo, l’instabilità contrattuale, che deriva dalla possibilità di lasciare a casa in qualunque momento un lavoratore interinale, o di non rinnovare un contratto a termine è anche un potente deterrente contro chi vorrebbe magari rivendicare condizioni migliori…



Creare una concorrenza al ribasso



I lavoratori con un contratto a tempo determinato sono dunque maggiormente esposti a condizioni di lavoro peggiori, spesso con salari molto inferiori rispetto a quelli di chi ha un contratto a tempo indeterminato. Questo causa di riflesso una corsa al ribasso generalizzata sulle condizioni salariali e di lavoro; una concorrenza tra chi un lavoro fisso ce l’ha, e ha paura di vederselo “portato via” da chi, con un lavoro precario, è sottoposto a maggiori pressioni e ha meno strumenti per difendersi…



Alimentare la concorrenza tra precari



Chiaramente chi lavora per agenzie come Adecco, Job Contact, ecc. è a sua volta sottoposto alla concorrenza che proviene da tutti gli altri lavoratori iscritti nelle liste di questi “grossisti”, che vendono il lavoro altrui al ribasso (ovviamente senza tirare sulle provvigioni dell’agenzia, ma sulla parte che spetta al lavoratore!). È il destino di un gran numero di giovani, neodiplomati e non solo, indipendentemente dal curriculum di studi.



Fermiamo questa logica malata




Un salario minimo legale (leggi i dettagli dell'iniziativa) imporrebbe sicuramente un freno (certo parziale, ma comunque indispensabile) a queste logiche di concorrenza tra sfruttati, nella misura in cui sotto una certa cifra nessun datore di lavoro né agenzia di collocamento potrebbe più scendere.


4000 franchi lordi al mese come salario minimo, che equivalgono a 23.80 franchi all’ora, impedirebbero inoltre ad aziende, anche importanti e “rinomate, di corrispondere salari che hanno dell’indecente (tra i 12 e i 18 franchi all’ora), cioè al limite della fame, e che inoltre impongono giornate di lavoro di 10-12 ore per tirare a fine mese. Secondo noi, queste condizioni di impiego devono essere considerati illegali.



Come? Non solo sulla carta…


Con piacere notiamo che finalmente anche le istituzioni sindacali (USS) si sono “accorte” del problema salariale, lanciando la scorsa settimana una campagna di “sensibilizzazione” per un salario minimo di 3500 franchi lordi mensili (ancora un po’ poco, a nostro avviso…).


La nostra iniziativa, una prima a livello nazionale (che presto sarà imitata), è già una prima risposta concreta possibile. La questione salariale si fa intanto sempre più urgente in Svizzera e non solo.


Tuttavia, le carte e le urne non bastano. Noi riteniamo che la lotta per salari e condizioni di lavoro degni, contro le discriminazioni verso le donne, contro il precariato, siano lotte che devono essere condotte sui luoghi di lavoro, con la mobilitazione autorganizzata, solidale e determinata dei lavoratori, spalleggiati da un sindacalismo combattivo e fuori dalle logiche concertative e di pace del lavoro.

Soltanto così si può vincere, non si discute: la vittoria degli operai alle Officine di Bellinzona lo ha dimostrato.

Ricostruire la Sinistra in Italia



Sinistra Critica vince la scommessa.


Ora ricostruiamo dall'opposizione sociale




Sinistra Critica ottiene lo 0,5% e 170mila voti alla Camera e può dirsi soddisfatta del risultato elettorale. Certamente, non siamo stati sufficienti a frenare il disastro provocato dagli errori accumulati da un gruppo dirigente della sinistra istituzionale cieco che ha rifiutato di vedere, ascoltare, riflettere.

Ma esistiamo, era l'obiettivo di queste elezioni. Esistiamo con le nostre idee, difese in campagna elettorale e prima nella battaglia interna a Rifondazione, con alcuni progetti di lavoro e con la convinzione di essere utili a un progetto di ricostruzione della sinistra di classe per il quale pensiamo sia importante che Sinistra Critica esista.






La disfatta di Bertinotti


La situazione è sotto gli occhi di tutti: la sinistra di classe fuori dal parlamento, al di sotto di qualsiasi aspettativa, nel limbo di una crisi, a nostro giudizio irreversibile.


Una crisi maturata in una dinamica politica che stancamente e inesorabilmente ha ripetuto cose già viste nella storia del movimento operaio. Non è popolare dire "l'avevamo detto" in politica, ma non sappiamo che altro dire dopo cinque anni passati ad avvertire dell'errore strategico rappresentato dal governo con il socialiberismo; dopo due anni in Parlamento passati ad avvertire dell'impossibilità di governare con Prodi e della necessità di rompere con quell'esecutivo e mettersi in salvo. I nostri documenti, gli articoli sui giornali, le dichiarazioni in Parlamento sono lì a dimostrare che era possibile seguire un’altra strada, fare altre scelte, evitare di infilarsi in una governabilità senza esito alcuno.

I risultati oggi li pagano tutti, la disillusione è generalizzata e non risparmia nessuno. Demoralizzazione, demotivazione sono il lascito del gruppo dirigente della Sinistra Arcobaleno e del suo leader, Fausto Bertinotti, la cui uscita di scena è doverosa. Del resto, l’inconsistenza di quello che è stato costruito in questi anni – ricordate? Sinistra Europea, l’Unione come “nuova formula politica”, un “socialismo del XXI secolo” – è dimostrato dalla “splendida” dichiarazione di uno degli “uomini nuovi” promossi dalla gestione bertinottiana, Pietro Folena: “Su queste macerie è impossibile ricostruire. La sinistra oggi è…il Pd”. Auguri.





La sconfitta di Veltroni


Ma il voto consegna anche la sconfitta di Veltroni. Il leader del Pd ha certamente svuotato la sinistra ma non ha sfondato al centro e non ha carpito alcun voto alle destre. In una campagna solitaria Veltroni si è fatto il vuoto intorno e oggi si trova in un’impasse politica evidente: potrebbe allearsi con Casini ma è più probabile che quest’ultimo cerchi un nuovo accordo con la destra, con cui già governa localmente. In realtà al Pd tocca una nuova traversata nel deserto che potrebbe alimentarne contraddizioni e difficoltà. Vedremo.



Il successo di Berlusconi


La vittoria delle destre non lascia spazio a dubbi: se la Pdl perde voti rispetto al 2006, confrontando i risultati di tutta la destra italiana – che nel 2006 era unita e oggi si è divisa in diversi pezzi – troviamo un milione di voti in più, che sostanzialmente vanno alla Lega Nord. Uno spostamento di voti interno che parla di una radicalizzazione dell’elettorato – lo stesso avviene con il balzo di 700mila voti da parte di Di Pietro – di un maggiore insediamento sociale e di un rapporto più “organico” con settori popolari e del mondo del lavoro. Berlusconi ripropone il suo blocco sociale di riferimento con una rappresentanza politica più snella e semplificata e quindi omogenea. Vedremo come procederà il processo di fusione politica annunciata tra Forza Italia e AN e come si svolgerà il rapporto con la Lega. Per il momento non si intravedono tensioni a dispetto degli allarmi profusi da Veltroni.





L’isolamento sociale della Sinistra


Questa analisi aiuta a comprendere uno dei limiti più importanti della sinistra e che ne spiega la disfatta: l’isolamento sociale. Dopo quindici anni la sinistra “alternativa” – al di là degli errori politici e dello scacco politico subito al governo – è stata sconfitta dall’assenza quasi assoluta di radicamento sociale. Il fatto di non aver saputo prevedere la disfatta, il fatto di aver posto l’asticella da superare sempre più in basso – la sconfitta è stata pronosticata intorno all’8%, poi al 7 e al 6 – è stato il sintomo di una soggettività che non sa cosa ha alle proprie spalle, su cosa è seduta, quali referenti sociali rappresenta. Questa è la radice primaria della sconfitta, alimentata da quindici anni di rendita elettorale rappresentata dal simbolo e dall’eredità del vecchio Pci. Il voto di oggi rappresenta la fine di quell’eredità e di quella storia oltre che la sconfitta inesorabile della cultura togliattiana-berlingueriana che viene spazzata via dalla geografia politica. Ed è un po’ patetico il tentativo di Diliberto di spronare i propri militanti a infusioni di falce e martello e bandiere rosse. Da questi gruppi dirigenti che hanno prodotto la disfatta attuale non può venire nulla e soprattutto non può più venire nulla dalla loro cultura politica e dai loro riferimenti teorici e politici (sempre che si possa parlare di riferimenti teorici).


La sinistra è all’Anno Zero, in campagna elettorale lo abbiamo detto e ripetuto più volte, e non ci sono scorciatoie politiciste che reggano. Si tratta di interrogarsi, seriamente senza scorciatoie, con il nodo del blocco sociale, con il radicamento necessario e, soprattutto, con la ricostruzione di un movimento dei lavoratori e lavoratrici che passa innanzitutto per il nodo sindacale che non può più essere aggirato.



Il ruolo di Sinistra Critica


Il ruolo di SC è tutto dentro questo approccio. Abbiamo proposto prima della tempesta l’avvio di una Costituente della sinistra di classe e anticapitalista. Crediamo che questo approccio possa e debba essere ribadito oggi sapendo che però vive di due coordinate ben precise: la centralità del radicamento sociale e delle pratiche di lotta e di movimento; la nettezza della questione governativa con l’indipendenza assoluta dal Pd e l’indisponibilità a farsi coinvolgere nella governabilità dell’esistente. Si ricomincia da qui e si ricomincia dall’impegno di movimento.

Ipotesi riassemblative di stampo identitario – vedi il “partito di tutti i comunisti” – o politicista – il rilancio dell’Arcobaleno - non solo non ci interessano ma non portano da nessuna parte. Sono solo una perdita di tempo.
Serve un progetto di movimento e di opposizione sociale con una sua piattaforma coinvolgente (in particolare su precarietà, salario, diritti, sicurezza lavoro, prezzi) ma che sappia incarnare almeno altri tre grandi temi: la lotta alla guerra, la difesa ecologica del territorio e il No alle ingerenze vaticane e per i diritti civili. Un progetto di movimento per resistere allo “tsunami” delle destre e far ripartire una prospettiva nuova.
Accanto a questo serve una discussione strategica che metta al centro la questione della società che vogliamo, della soggettività che vogliamo costruire, il nodo dell’opposizione e del governo come assi strategici di una nuova identità anticapitalista. Tutto questo ha bisogno di tempo, di sedi adeguate, non di soluzioni pasticciate o di trovate elettoralistiche.





Il nostro progetto


Sinistra Critica si dispone a questo percorso e lo farà attrezzandosi. Il risultato elettorale ci incoraggia in questa direzione. Lo 0,5% ottenuto alla Camera e quei 170mila voti significano questo. Non ci aspettavamo di più, anzi consideriamo il risultato un piccolo successo visto il quadro di riferimento: una dinamica di demoralizzazione unita alla spinta del voto “utile”; uno sfilacciamento a sinistra alimentato da formazioni, come il Pcl, il cui unico scopo è quello di contarsi e di proporsi come unica prospettiva in una logica autoreferenziale che sfiora il settarismo (e che come dimostrano le provinciali, non riesce a recuperare nessun altro voto a sinistra che non sia il proprio); una formazione nata da soli tre mesi (e che essendo una tendenza interna al Prc non possedeva un simbolo proprio); la scommessa su una candidatura femminile e giovane per forza di cosa poco conosciuta e altro ancora.
In questo quadro il nostro risultato è importante e viene rafforzato da risultati apprezzabili ottenuti la dove c’è un lavoro organizzato (citiamo fra tutti il grande risultato che si annuncia a Casoria dove il candidato sindaco di Sinistra Critica sta superando il 6,7% ma anche il simbolico risultato di Bussoleno, in Val di Susa, che ci vede al 2,7%). Possiamo dunque dire che il movimento politico Sinistra Critica nasce con queste elezioni benché non abbia lo scopo di costituire nell’immediato un partito: ma queste elezioni hanno aiutato a completare l’uscita da Rifondazione, a consolidare un collettivo militante, a strutturare una piccola organizzazione, inserita in alcune dinamiche importanti di movimento e desiderosa di guardare al futuro.


Siamo convinti, infatti, che questo risultato non sia il residuo di un punteggio elettorale lasciato sul campo dalla vecchia sinistra ma solo l’avvisaglia di qualcosa che deve ancora sbocciare. Anche la quantità dei contatti raggiunti dal nostro sito (siamo a oltre 50mila pagine scaricate al giorno) dice questo.


E quindi andiamo avanti. Sinistra Critica si impegna a organizzare la resistenza e l’opposizione sociale alle destre in una dinamica unitaria di movimento. Si impegna a rilanciare il dibattito e il confronto a sinistra per ricostruire dalle macerie con le avvertenze di poc’anzi, senza illusioni ma senza chiusure. E si impegna ad attrezzarsi incontrando nelle prossime settimane tutti quelli che si sono attivati in questa campagna (alcune migliaia) e dando appuntamento a una grande Festa Nazionale da svolgersi a Roma nelle forme che decideranno i compagni e le compagne di questa città. E’ solo l’inizio.


Dal Gruppo Operativo Nazionale di Sinistra Critica
pubblicato in www.sinistracritica.org . 15/04/08

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Intervista di bilancio con Lidia Cirillo e Pietro Basso (in francese)

Giù le mani dalle Officine

V I T T O R I A !


giustizia è fatta!


7 marzo - 7 aprile 2008

un mese di sciopero

un mese di lotta


un mese di solidarietà



un grido: Giù le mani dalle Officine!



una vittoria




Certo, il piano di ristrutturazione è stato ritirato, ora comincia la tavola rotonda e ci sarà ancora da discutere e da lottare. Insomma, siamo lontani dal poter andare politicamente in vacanza... Bisogna vigilare!

Intanto però, offriamo ai nostri lettori uno sguardo retrospettivo sullo sciopero alle Officine di Bellinzona. Quanti ricordi, emozioni ci ha dato questa grande battaglia! Quanto ci ha fatto riflettere, umanamente e politicamente...

Tutti gli avvenimenti e i commenti dei giorni passati, raccontati attraverso il nostro sito, sono raggruppati qui di seguito e raggiungibili con un click.



La nostra cronaca




Prima settimana - leggi

Seconda settimana - leggi

Terza settimana - leggi

Quarta settimana - leggi




Le manifestazioni






Giù le mani dalle Officine - 8 marzo
guarda


Nel bene, nel male, nella lotta

Manif studenti - 13 marzo

leggi e guarda

A lezione di solidarietà

leggi




Giù le mani dal mio papà - Berna - 19 marzo

leggi e guarda



Il Ticino non è un centro di rottamazione - 30 marzo


Giù le mani dalle Officine, giù le mani dal servizio pubblico - 2 aprile

leggi - guarda il corteo degli studenti (i video su youtube)




I nostri commenti



Le FFS deragliano, e con loro...

Rivoluzione! speciale manif 2.4.08

leggi


La solidarietà degli studenti

leggi

Le Officine e la Sapienza

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Le FFS cedono. I lavoratori no.

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Rivoluzione! Marzo

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Il materiale di approfondimento:

fatti, cifre, politiche


Campo internazionale 2008



La sezione speciale dedicata al Campo della Quarta. Dal 26 luglio al 1° agosto, a Besalù, in Catalunya, 500 giovani da tutta Europa si ritrovano per il un campeggio internazionalista, femminista, ecologista, rivoluzionario, anticapitalista.



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La manifestazione di mercoledì 2 aprile

Ancora una grande manifestazione di sostegno delle Officine. Lo sciopero e la mobilitazione di sostegno, come promesso ormai quattro settimane fa, non compie un passo indietro nemmeno per prendere la rincorsa.


Oggi, 2 aprile 2008, altra folla oceanica (10'000), altro clima entusiasta, altri applausi fragorosi per gli interventi più battaglieri, per quelli più emozionanti e sinceri. E un'altra volta il coro.

Giù le mani dalle Officine!






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Il volantino speciale per la manif di Rivoluzione!


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Tutte le foto della manifestazione: guarda

Le FFS deragliano, e con loro...


La mobilitazione dei lavoratori delle Officine e, compatti con loro, di tutti i lavoratori e le lavoratrici del Ticino in particolare, e della Svizzera in generale, è una mobilitazione centrale per il futuro della nostra società. Centrale perché comincia a rimettere in discussione radicalmente una lunga serie di scelte politiche condotte negli ultimi 15 anni, parte di un progetto indicato con il nome di “neoliberismo”.
La manifestazione di oggi, 2 aprile, compie precisamente un passo verso questa direzione.





Il treno e i suoi macchinisti



Il treno del neoliberismo affronta insomma una curva pericolosa. I suoi vagoni, le privatizzazioni, le liberalizzazioni, la precarizzazione del lavoro, le “ristrutturazioni”, i tagli e altro ancora, tutti si inclinano paurosamente, rischiando di deragliare. A bordo della locomotiva i macchinisti non accennano però a frenare o rallentare, come hanno dimostrato le trattative condotte in queste settimane, fatte di offerte vuote e incerte o di arroganza e ultimatum (vi rimandiamo, in merito, all’articolo sulle trattative che trovate su http://www.solidarieta.ch/).
I macchinisti, che insistono nel procedere a pieno vapore, non sono soltanto i manager come Meyer; al posto di guida del treno neoliberista ci sono prima di tutto i politici.


Quelli come Leuenberger, che oggi mantengono una coerente arroganza nelle proprie dichiarazioni. Però ci sono anche quei politici che oggi fanno mostra di ripensamenti e pentimento, che si schierano a fianco delle Officine. Intendiamoci: ben venga il loro sostegno, se incondizionato, come gli operai lo hanno chiesto e se questi politici sosterranno i lavoratori, astenendosi dal prodigare consigli...


Ma non dimentichiamoci che questi parlamentari, senatori, consiglieri di stato e presidenti, hanno sostenuto attivamente le privatizzazioni e le liberalizzazioni di Swisscom, Posta, FFS, dell’elettricità e di molto altro, votandole nelle istituzioni e facendo campagna durante le votazioni popolari. Fino a ieri mettevano nei loro discorsi parole come “concorrenzialità”, “redditività” e “utili”, e sostituivano la parola “servizio pubblico” con “azienda”. C’è da fidarsi?





Ve lo diamo noi l'ultimatum

Sono i lavoratori e le lavoratrici, dentro e fuori l’Officina, che debbono prendere in mano il proprio futuro. Bisogna restare saldi e uniti, di fronte alle suadenti promesse, come ugualmente bisogna mantenersi fermi e compatti di fronte alle minacce.


Lo abbiamo dimostrato domenica, annientando l’ultimatum delle FFS con una grande, incredibile
manifestazione. Insomma: resistere, resistere, resistere!

Senza perdere di vista mai quello che vogliamo. Vogliamo che le Officine continuino a vivere, a essere un punto di riferimento sociale, storico ed economico per la nostra regione. Per questo, tutte le attività produttive che oggi sono a Bellinzona, devono restare a Bellinzona. Vogliamo che le condizioni di chi lavora alle Officine siano mantenute. Vogliamo che i posti di lavoro delle Officine restino tutti dove sono.

Si proverà in tutti i modi. Se le FFS e il consiglio federale continueranno a insistere sulle proprie arroganti posizioni, l’iniziativa popolare che parte oggi potrebbe essere la soluzione: le Officine diventerebbero un polo industriale cantonale, verrebbero espropriate dal Cantone e messe sotto una gestione cantonale.


La lezione delle Officine

Abbiamo tutti un grande debito verso i lavoratori delle Officine. Con la loro lotta, hanno aperto gli occhi e smosso le coscienze di molti di noi. Ci hanno insegnato molte cose. Ci hanno reso evidente fallimento delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni; ci hanno mostrato che ci si può opporre, si può fare qualcosa, si può reagire e non è mai “troppo tardi”; ma che soltanto la lotta paga, che soltanto la determinazione e l’unità dei lavoratori permettono di far tremare le direzioni padronali e i governi che non ci rappresentano e non agiscono nell’interesse dei lavoratori.

Da questa grande lotta per le Officine di Bellinzona può partire qualcosa di molto più ampio. Può partire un movimento che imponga la revisione di tutto il processo di privatizzazione, esternalizzazione e ristrutturazione dei servizi pubblici e dello stato sociale. Può partire il cambiamento radicale di rotta della nostra società. Un altro mondo è possibile!