Un salario minimo contro la precarietà

Un salario minimo legale

contro la precarietà






pubblicato su Rivoluzione! di aprile





La Svizzera, e il Ticino in particolare, è uno dei paesi in cui è molto sviluppato il ricorso al lavoro interinale, su chiamata, a ore, spesso gestito da agenzie di collocamento.
Spesso tocca ai giovani, finito un apprendistato, una scuola media superiore o un ciclo universitario, fare i conti con questa dura realtà.

Ma a cosa serve in realtà questo (non nuovo) sistema di lavoro?





Lavoratori di serie A e di B




Innanzitutto un diverso trattamento serve a dividere i lavoratori. Da una parte c’è chi ha un posto fisso, con certe condizioni lavorative, contrattuali e salariali, che si deve quasi considerare un privilegiato per la sua possibilità di pensare e pianificare un futuro che va oltre la giornata, il mese o l’anno. Dall’altra parte invece, chi ha un impiego a tempo indeterminato, o su chiamata, spesso meno pagato o comunque senza garanzie, e che non si può permettere nemmeno di pianificare la settimana successiva, a causa dei ritmi di lavoro (e delle paghe) altalenanti.


Il primo obiettivo di un simile sistema, abbastanza chiaro intuitivamente, è quello di impedire che si creino reti di solidarietà tra i lavoratori. Spesso, pur lavorando nella stessa ditta, non si passa molto tempo con i compagni di lavoro, non ci si conosce e non si discute degli interessi e dei problemi comuni a tutti, come i salari, i tempi di lavoro, ecc.
In secondo luogo, l’instabilità contrattuale, che deriva dalla possibilità di lasciare a casa in qualunque momento un lavoratore interinale, o di non rinnovare un contratto a termine è anche un potente deterrente contro chi vorrebbe magari rivendicare condizioni migliori…



Creare una concorrenza al ribasso



I lavoratori con un contratto a tempo determinato sono dunque maggiormente esposti a condizioni di lavoro peggiori, spesso con salari molto inferiori rispetto a quelli di chi ha un contratto a tempo indeterminato. Questo causa di riflesso una corsa al ribasso generalizzata sulle condizioni salariali e di lavoro; una concorrenza tra chi un lavoro fisso ce l’ha, e ha paura di vederselo “portato via” da chi, con un lavoro precario, è sottoposto a maggiori pressioni e ha meno strumenti per difendersi…



Alimentare la concorrenza tra precari



Chiaramente chi lavora per agenzie come Adecco, Job Contact, ecc. è a sua volta sottoposto alla concorrenza che proviene da tutti gli altri lavoratori iscritti nelle liste di questi “grossisti”, che vendono il lavoro altrui al ribasso (ovviamente senza tirare sulle provvigioni dell’agenzia, ma sulla parte che spetta al lavoratore!). È il destino di un gran numero di giovani, neodiplomati e non solo, indipendentemente dal curriculum di studi.



Fermiamo questa logica malata




Un salario minimo legale (leggi i dettagli dell'iniziativa) imporrebbe sicuramente un freno (certo parziale, ma comunque indispensabile) a queste logiche di concorrenza tra sfruttati, nella misura in cui sotto una certa cifra nessun datore di lavoro né agenzia di collocamento potrebbe più scendere.


4000 franchi lordi al mese come salario minimo, che equivalgono a 23.80 franchi all’ora, impedirebbero inoltre ad aziende, anche importanti e “rinomate, di corrispondere salari che hanno dell’indecente (tra i 12 e i 18 franchi all’ora), cioè al limite della fame, e che inoltre impongono giornate di lavoro di 10-12 ore per tirare a fine mese. Secondo noi, queste condizioni di impiego devono essere considerati illegali.



Come? Non solo sulla carta…


Con piacere notiamo che finalmente anche le istituzioni sindacali (USS) si sono “accorte” del problema salariale, lanciando la scorsa settimana una campagna di “sensibilizzazione” per un salario minimo di 3500 franchi lordi mensili (ancora un po’ poco, a nostro avviso…).


La nostra iniziativa, una prima a livello nazionale (che presto sarà imitata), è già una prima risposta concreta possibile. La questione salariale si fa intanto sempre più urgente in Svizzera e non solo.


Tuttavia, le carte e le urne non bastano. Noi riteniamo che la lotta per salari e condizioni di lavoro degni, contro le discriminazioni verso le donne, contro il precariato, siano lotte che devono essere condotte sui luoghi di lavoro, con la mobilitazione autorganizzata, solidale e determinata dei lavoratori, spalleggiati da un sindacalismo combattivo e fuori dalle logiche concertative e di pace del lavoro.

Soltanto così si può vincere, non si discute: la vittoria degli operai alle Officine di Bellinzona lo ha dimostrato.