Idee per una scuola democratica

Discutere di una scuola democratica significa per noi ripensare radicalmente, dalle basi, un modello nuovo di scuola. Sì, noi pensiamo sia necessario rivoluzionare la scuola così come è oggi, se si vuole giungere a una scuola democratica – e definiremo fra poco cosa intendiamo precisamente.
Anche se a nostro avviso che non si tratta della miglior scuola possibile, al contrario, riteniamo appunto che un’altra scuola è possibile e necessaria, teniamo però a sottolineare che valutiamo come politicamente prioritario, nella fase attuale la difesa della scuola attuale.
La fase politica e sociale del neoliberismo, che ha caratterizzato gli ultimi quindici
anni e più, ancora duramente martella la nostra scuola e ne mina le basi attuali. Una contro-riforma dopo l’altra, vengono introdotti contenuti e forme cui ci
opponiamo, perché orientati a logiche mercantilistiche e concorrenziali.
Ecco perché in questa fase consideriamo dunque prioritario difendere la scuola attuale, all’interno dei movimenti degli insegnanti e degli studenti, da tali attacchi, condotti su vari fronti:

  • dei contenuti (ad esempio con l’introduzione degli “standard formativi”);
  • del carattere pubblico della scuola (ad esempio con la politica del portfolio e dell’apprendimento “informale”);
  • della realtà materiale della scuola (ad esempio con i tagli ai salari dei docenti o la privatizzazione di certi servizi).

Anche in questo contesto resistenziale resta comunque una necessità politica disporre di un orizzonte rivendicativo che vada oltre la difesa di uno status quo. Per questo abbiamo giudicato utile, nonché interessante, riflettere a una scuola dalle basi totalmente nuove. In questo testo ci concentriamo principalmente su un aspetto, quello della selezione, per noi però fondamentale.. Ovviamente qui
abbiamo soltanto potuto abbozzare, schematici e imprecisi, dando un quadro di
una scuola democratica ancora opaco e ancora sfocato, come quel prigioniero che, incatenato nel fondo di una caverna, vedeva soltanto le ombre degli oggetti al
di fuori della caverna; prima di aver spezzato le catene, non poteva ancora concepire esattamente la forma reale di quegli oggetti.



La scuola “democratica” : note dolenti

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L’uguaglianza (formale), la parità di trattamento e di opportunità,… Questi pilastri cartacei della scuola addolciscono e celano soltanto la realtà: la scuola oggi non fa che riprodurre le ineguaglianze di fatto presenti nella società. Riproduce di generazione in generazione le divisioni sociali. Anche le statistiche annuali sulla scuola ticinese (Censimento degli studenti) mostrano il legame fondamentale tra origine sociale e scelte e risultati scolastici. La scuola che conosciamo è, in una parola, profondamente iniqua in senso classista.
Per uscire da un linguaggio astratto: chi ha dei genitori laureati, un’origine sociale “superiore”, è facilitato da un migliore “background” e nell’accesso alla cultura, perché ha a disposizione libri, genitori che possono aiutarlo per la scuola e mantenerlo agevolmente durante gli studi. Altro esempio: nelle lingue straniere, fattore decisivo per la selezione nella scuola media, sarà sicuramente favorito un giovane i cui genitori possono permettere un soggiorno estivo all’estero. Ma non solo questo: ad esempio, la scuola richiede un modello di cultura o un linguaggio, che sono magari molto diversi da quelli che un ragazzo impara nel suo ambiente familiare.
Risultato: i laureati di oggi sono i figli dei laureati di ieri, gli operai di oggi, i figli degli operai di ieri.
Il meccanismo concreto che, nella scuola, genera questa iniquità di riuscita determinata in senso classista, è la selezione scolastica. In altre parole, il meccanismo di valutazione.
La selezione scolastica è uguale per tutti, e dunque proprio per questo iniqua. Si presume infatti di trattare tutti in maniera uguale. Ma trattare in modo uguale giovani che non sono tra loro uguali, ed imporre loro un tipo di conoscenze e modelli di comportamento che non sono universali, ma proprie di alcuni gruppi sociali o culturali, questa è una scelta di iniquità e ingiustizia.
A partire dai risultati della selezione vengono stabilite delle gerarchie che, in maniera marcata in seguito alle contro-riforme degli ultimi tempi, corrispondono in seguiti a differenti programmi e livelli di insegnamento (corsi A, B o C, per citare il discrimine della scuola dell’obbligo). Le conseguenze di questa differenziazione dell’insegnamento sono ben note: esclusione e marginalizzazione, violazione persino del diritto di “eguaglianza formale” e “pari opportunità”.


La scuola democratica

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Riteniamo che i nodi principali da risolvere, nel cammino verso una scuola realmente democratica, siano dunque i nodi della selezione, della valutazione e della nota.
E l’unica soluzione, a nostro avviso, è detronizzare questi concetti dalla scuola. Costruire un insegnamento che prescinda dall’utilizzo (e soprattutto rifiuta la deificazione) delle griglie valutative e delle scale numeriche, che anzi privilegi gli aspetti del sapere “non misurabili”.
Le note non sono una necessità di natura o una prescrizione divina, ma sono un fatto storicamente determinato; Aristotele, nel suo Liceo, non si è mai sognato di misurare il sapere con dei numeri; così le altre e numerose forme di scuola che l’umanità ha praticato nei millenni, senza per questo regredire affatto, anzi. In una parola: una scuola democratica, una scuola senza note e senza selezione, è possibile e necessaria.
Dare a ciascuno secondo i propri bisogni. Questo, nella nostra ottica, è il secondo principio necessario a una scuola realmente democratica. Non significa, per l’appunto, istituire dei programmi differenziati, ma fare in modo che “lo sviluppo collettivo sia la condizione per il libero sviluppo di tutti”, che esista quindi un processo cooperativo di apprendimento, una collettivizzazione delle conoscenze.
Sui contenuti infine, vorremmo precisare alcuni degli aspetti “non misurabili” del sapere citati più sopra. Riteniamo che anche un profondo ri-orientamento dei contenuti sia necessario per fissare una scuola democratica. Vuol dire che i contenuti di una simile scuola non devono rifarsi in maniera impenetrabile a un modello culturale e politico; devono essere aperti agli stimoli e ai contributi di chi apprende e di chi insegna, devono essere, per far ciò, autorganizzati (vedi ultimo punto). Soprattutto, rifiutiamo nella maniera più decisa le logiche più recenti di sapere orientato dal mercato, di insegnamenti “utili” e “inutili”.



La sedia è la sedia

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Crediamo che le condizioni materiali in cui si svolge l’insegnamento siano determinanti per l’insegnamento stesso e per l’apprendimento soprattutto. Un modello di scuola democratica non può distinguere aspetti “teorici”, la discussione cioè su contenuti e forme dell’insegnamento, da aspetti “pratici” che ne garantiscano la realizzazione.
Per questo riteniamo importante fissare, tra gli assi portanti per una scuola democratica, gli aspetti “pratici” che seguono. E li vogliamo ribadire anche per riaffermare l’opposizione a quella che è stata la tendenza politica degli ultimi quindici o venti anni: ridurre l’investimento nella scuola pubblica.
Bisogna anzitutto garantire delle strutture dignitose e confortevoli. Da soffitti impermeabili a banchi dignitosi, da un numero sufficiente di sedie alla disponibilità di supporti informatici e così via: realizzare tutto questo sarebbe una grande conquista rispetto allo stato attuale della scuola pubblica, ticinese e non solo.
In secondo luogo, bisogna garantire a tutti libri, materiale come carta e penna, trasporti e mense, tutti gratuiti. Vanno potenziate le borse e gli assegni di studi (più fondi a disposizione, più alto il limite di reddito al di sotto del quale si ha diritto alla sovvenzione).
Soprattutto riteniamo importante che siano realizzati luoghi pubblici e gratuiti (doposcuola, centri giovanili) dove si svolgono attività formative e ricreative durante il tempo libero. Questi devono essere i luoghi “dell’apprendimento informale” a disposizione di tutti, che coprono tutti gli ambiti di apprendimento come le lingue straniere, la musica, il cinema e anche la politica, e tutti quegli aspetti culturali che la scuola non può sufficientemente integrare nel proprio tempo.
Ultimo fattore che citiamo, ma forse il più importante, riguarda le condizioni salariali e di impiego degli insegnanti. Vanno loro garantiti loro:

  • un adeguato livello salariale, che tenga conto del lavoro svolto al di fuori della classe;
  • un’offerta di formazione, riqualifica e aggiornamento continua, libera e pagata;
  • la parità di trattamento (salariale, contrattuale) tra insegnanti giovani e anziani;
  • il riconoscimento e la gratificazione del loro lavoro;
  • l’autodeterminazione (vedi prossimo punto)

Autorganizzazione

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Solo e soltanto attraverso la capillare autorganizzazione degli studenti e degli insegnanti, che autodeterminino l’essere della scuola e la autogestiscano, si potrà infine parlare di una scuola democratica, nel senso più vero e pieno di questa parola. E soltanto attraverso questi stessi processi si potrà giungere alla fondazione di una scuola democratica, così come l’abbiamo intesa.
Gli unici che hanno diritto di modificare la scuola, di deciderne gli orientamenti, le forme, le necessità, sono la scuola stessa. E la scuola sono gli studenti e gli insegnanti. Noi, in quanto soggetto politico, così come altre istanze esterne alla scuola, anche attraverso documenti come questo, ma principalmente attraverso la continua discussione, possono soltanto proporre e dialogare.
Concretamente, concepiamo come forme privilegiate di autorganizzazione dei componenti della scuola le assemblee di istituto dei docenti, rispettivamente, degli studenti, nonché le assemblee dei delegati studenteschi/insegnanti a livello regionale (cantonale). A queste assemblee spetta il diritto di discutere e di decidere democraticamente:

  • sui programmi e sui contenuti della scuola;
  • sui metodi di insegnamento, rispettivamente, di studio;
  • sulla gestione pratica della scuola.


L’autorganizzazione democratica di tutti gli aspetti della scuola garantisce, per citare uno dei diversi aspetti positivi, l’aderenza e la permeabilità degli insegnamenti alla realtà sociale e alle sensibilità degli insegnanti e degli allievi, nonché permette di orientare in maniera libera e condivisa la formazione dei giovani verso le loro inclinazioni e, allo stesso tempo, verso i bisogni della società.
E ancora: la pratica continua della democrazia diretta riveste inoltre in sé un valore pedagogico altissimo nell’ambito civico-politico.


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Giovani dell’MPS, 24 aprile 2008 - pubblicato su Solidarietà del 26 aprile 2008.